C’era una volta il Derby Club, Enrico Intra e l’origine del mito: “Il cabaret alla milanese è nato con un’improvvisazione jazz”

In occasione del documentario che verrà trasmesso su RaiTre, il maestro racconta come nacque il tempio della comicità in via Monte Rosa, che all’inizio portava il suo nome: “Era un luogo di libertà”

Enrico Intra nei primi anni 60, con Pupo De Luca alla batteria e il cantante Henry Wright. A destra, Intra suona il pianoforte del Derby per la moglie Fiorenza

Enrico Intra nei primi anni 60, con Pupo De Luca alla batteria e il cantante Henry Wright. A destra, Intra suona il pianoforte del Derby per la moglie Fiorenza

Milano  – Della guardarobiera, sorella della titolare e mamma di Diego Abatantuono, si sa tutto, così come della fuga (vera o presunta) di Renato Vallanzasca dalla finestra del bagno, della presenza tra il pubblico di Gianni Agnelli, degli esordi tragicomici di Paolo Rossi Cochi e Renato. Storie che fanno parte dell’agiografia ufficiale del Derby Club di via Monte Rosa.

I protagonisti dei primi anni ’60 del Derby. Da sinistra: Cochi Ponzoni, Lino Toffolo, Renato Pozzetto, Bruno Lauzi e Giorgio Gaber
I protagonisti dei primi anni ’60 del Derby. Da sinistra: Cochi Ponzoni, Lino Toffolo, Renato Pozzetto, Bruno Lauzi e Giorgio Gaber

Un po’ meno noto forse è che il tempio della comicità, sul cui palco fino al 1985 passarono davvero tutti i grandi nomi della risata meneghina, quando venne fondato nel 1959 si chiamava Intra’s Derby Club. Nome che richiamava quello del direttore artistico, Enrico Intra, che allora aveva solo 24 anni ed era un giovane musicista posseduto dal demone del jazz e che poi è diventato un monumento della musica non solo milanese e non solo italiana.

La locandina del documentario "C'era una volta il derby". Una foto d'epoca con alcuni dei protagonisti del locale milanese: Guido Nicheli (Dogui), Giorgio Porcaro, Diego Abatantuono, Massimo Boldi e Enzo Jannacci
La locandina del documentario "C'era una volta il derby". Una foto d'epoca con alcuni dei protagonisti del locale milanese: Guido Nicheli (Dogui), Giorgio Porcaro, Diego Abatantuono, Massimo Boldi e Enzo Jannacci

L’occasione per ripercorrere l’epopea dello storico locale in zona Lotto è la presentazione, oggi al Bari International Film Festival, di “C’era una volta il Derby Club”, documentario di Marco Spagnoli che verrà trasmesso su RaiTre il 19 aprile. E chi meglio di Enrico Intra, mente e braccio della trasformazione di un anonimo scantinato nel luogo in cui la comicità milanese divenne grande, può ripercorrere le origini della vicenda.

Enrico Intra
Enrico Intra

Enrico Intra, ci racconta come nacque il Derby, e perché in origine portava il suo nome?

“La storia inizia un po’ prima, al Santa Tecla, il locale jazz di via Santa Tecla, dove suonavo in trio con Pallino Salonia al contrabbasso e Pupo De Luca alla batteria. Un sera vennero Gianni e Angela Bongiovanni: volevano trasformare il locale che gestivano nel seminterrato della palazzina liberty di via Monte Rosa in un jazz club dove fare musica dal vivo. Mi chiesero se volevo occuparmene. Nonostante fosse piccolo e buio accettai, anche perché, diciamo la verità, mi serviva un’alternativa al Santa Tecla, dove di pubblico ce n’era pochino. Dissi ok. Però pretesi che ci fosse il mio nome. Ero giovane, un po’ incosciente e un po’ spaccone. Derby era il nome dell’hotel dove il locale era ospitato, ci aggiunsi il mio cognome e così nacque l’Intra’s Derby Club".

In origine quindi era un locale in cui si suonava il jazz, come arrivò il cabaret?

"In effetti l’origine jazz della vicenda è piuttosto dimenticata. E invece forse è la chiave di tutta la storia. Jazz significa innanzitutto improvvisazione, un’attitudine non solo artistica ma che abbraccia tutti i campi. E così andò anche al Derby. Il batterista del mio trio, Pupo De Luca, oltre a essere un ottimo musicista aveva una personalità istrionica e multiforme, in seguito infatti fece l’attore in moltissimi film. Durante i nostri concerti, tra un brano e l’altro, iniziò a intrattenere il pubblico raccontando storie tanto surreali quanto divertenti, con un linguaggio inventato da lui. Raccontava per esempio una sua pirotecnica versione di Biancaneve iniziando con “Pera una cotta“ invece che “C’era una volta“. Con queste sue invenzioni scrisse anche un libro, “Il frottolario“ (prefazione di Luciano Bianciardi, in cui si racconta anche dell’Intra’s Derby Club, ndr). Fin da subito il pubblico dimostrò di apprezzare molto questa sorta di sketch. Così pensammo di sviluppare e allargare la formula che vedeva la musica jazz insieme all’intrattenimento teatrale. E che vedeva musicisti e attori dividersi il palcoscenico. L’Intra’s Derby divenne così un locale originale, inedito per Milano, dove ascoltare ottima musica dal vivo e assistere all’esibizione di giovani attori in cui si rideva, certo, ma anche si poteva riflettere. Divenne un luogo di libertà, musicale e artistica. Era il 1959, in tv non si potevano certo affrontare argomenti scottanti, né tanto meno scherzarci su, soprattutto sulla politica. All’Intra’s Derby Club invece si poteva".

Come mai dopo qualche anno il suo nome scomparve dall’insegna?

"Nel 1962 mi misi in società con Piero Sugar, figlio di Ladislao, padrone della Cgd, e poi fidanzato di Caterina Caselli. Insieme aprimmo l’Intra’s Al Corso, in corso Vittorio Emanuele. Un locale in cui al piano di sotto si esibivano i gruppi beat e rock’n’roll e sopra si suonava jazz. Anche Caterina Caselli iniziò lì. Dopo qualche anno abbandonai questa specie di carriera parallela di impresario e mi dedicai alla mia unica vera passione, suonare il jazz. Lo spirito d’improvvisazione di quegli anni però non l’ho mai abbandonato".

è arrivato su WhatsApp

Per ricevere le notizie selezionate dalla redazione in modo semplice e sicuro