Milano, 11 luglio 2020 - Il coronavirus è entrato in Lombardia "con assalti multipli e concentrici di ceppi virali diversi, in luoghi diversi ma contemporaneamente", spiega Carlo Federico Perno, già direttore della Medicina di laboratorio del Niguarda. E circolava "sottotraccia, mascherato dall’influenza", aggiunge il professor Fausto Baldanti del San Matteo di Pavia, da almeno un mese quando la scoperta del paziente 1 a Codogno, grazie all’intuizione di un’anestesista che ha forzato i protocolli dell’Oms e dell’Ecdc, ha materializzato "lo scenario peggiore in assoluto", cioè un focolaio autoctono "di dimensioni e cause non note". Contro il quale,...

Milano, 11 luglio 2020 - Il coronavirus è entrato in Lombardia "con assalti multipli e concentrici di ceppi virali diversi, in luoghi diversi ma contemporaneamente", spiega Carlo Federico Perno, già direttore della Medicina di laboratorio del Niguarda. E circolava "sottotraccia, mascherato dall’influenza", aggiunge il professor Fausto Baldanti del San Matteo di Pavia, da almeno un mese quando la scoperta del paziente 1 a Codogno, grazie all’intuizione di un’anestesista che ha forzato i protocolli dell’Oms e dell’Ecdc, ha materializzato "lo scenario peggiore in assoluto", cioè un focolaio autoctono "di dimensioni e cause non note". Contro il quale, aggiunge Perno, anche " il sistema di tracciamento andava ripensato".

Ecco "cosa è successo in Lombardia" ricostruito in uno studio del Niguarda e del San Matteo finanziato dalla Fondazione Cariplo, che incrocia il più vasto sequenziamento del genoma virale condotto sinora in una stessa area geografica con le indagini sierologiche sul sangue dei donatori della zona rossa. I ricercatori del Niguarda e del San Matteo (il cui laboratorio, sottolinea Baldanti, "grazie agli specializzandi ha processato in venti settimane la mole di esami molecolari che prima avremmo fatto in vent’anni") hanno sequenziato il genoma virale nei tamponi di 371 contagiati provenienti dalle 12 province lombarde diagnosticati tra il 22 febbraio e il 4 aprile. Concentrandosi poi su 346 pazienti hanno trovato quattro varianti del "ceppo europeo" del Sars-CoV-2: un ceppo sempre proveniente dalla Cina, ma “mediato” da un passaggio in Europa, che come confermato da un altro studio condotto dalla Statale e dal Sacco risulta prevalente nell’epidemia italiana (su 59 genomi virali analizzati, solo uno era assimilabile al virus di Wuhan e la maggioranza era ascrivibile al primo cluster europeo, in Germania via Shanghai).

Niguarda e San Matteo hanno individuato due "linee" o catene di trasmissione virale in Lombardia: la A (131 sequenze) era diffusa dal 24 gennaio soprattutto nel Nord (la Bergamasca) ed era la prevalente anche a Milano; la B (211 sequenze) almeno dal 27 gennaio nel Sud di Lodi e Cremona, e ne sono state identificate tre varianti. Le varianti consistono in minuscole differenze genetiche all’interno di un virus che si è mostrato "estremamente stabile", sottolinea il professor Alberto Mantovani, responsabile della commissione Ricerca di Fondazione Cariplo; e questo lo rende più suscettibile a un vaccino, ma anche alle terapie basate sul siero, come plasma e anticorpi monoclonari. I risultati dello studio sono a disposizione della comunità scientifica, spiega Giovanni Fosti, presidente di Fondazione Cariplo che sta lanciando un bando da due milioni di euro per progetti di ricerca sui big data, sempre con lo scopo di promuovere "una conoscenza non proprietaria ma generativa". Che provi anche a rispondere alle domande che lo studio lascia aperte.

Ad esempio le ragioni dell’attuale minore aggressività della Covid (in Lombardia ieri c’erano 190 ricoverati e 27 in terapia intensiva), dato che, sottolinea Perno, la sua scarsa variabilità genetica dimostra che "il virus non è diventato più buono". E perché ad Alzano e Bergamo il Sars-CoV-2 abbia "attaccato più pesantemente, da un punto di vista clinico" e si sia "diffuso con rapidità molto maggiore".