ANNA MARIA LAZZARI
Cronaca

Corso Lodi, cronache di malamovida tra birra a fiumi, urla e risse: “Qui il botellón è senza fine”

Il ponte dell’ex scalo separa due mondi. Dalle luci di Porta Romana al quartiere Corvetto. La rivolta dei commercianti: pericoli per le ragazze, shisha bar e minimarket senza regole

Ci sono controlli costanti della polizia in corso Como (Foto di repertorio)

Ci sono controlli costanti della polizia in corso Como (Foto di repertorio)

Un uomo si aggira in piazzale Corvetto ululando verso il cielo buio una parola incomprensibile, che ripete come un mantra. "Abita in una casa popolare e soffre di disagio psichico. Urla forte e senza un perché anche di giorno", spiega un tizio che dice di conoscerlo di vista, l’unico italiano che si trovi alle 21.30 alla pensilina Atm di via Polesine, tra una massa di gente in attesa dell’autobus 95. Donne nei dintorni? Non pervenute, a parte chi scrive.

Siamo al quartiere popolare Corvetto, proprio dove finisce corso Lodi, una grossa arteria stradale che inizia due chilometri e cento metri prima in piazzale Medaglie d’Oro, a Porta Romana. Spezzata in due dal ponte dell’ex scalo ferroviario, dove stanno costruendo il villaggio olimpico: è proprio il sovrappasso alla ferrovia a fungere da "limes" fra due zone diverse, fra il degrado e il decoro. Tutto il parterre centrale del viale dal ponte sulla ferrovia fino a Corvetto di notte diventa il regno dei sudamericani. Arrivano a frotte e colonizzano quasi tutte le panchine.

Bevono cerveza a litri, acquistata nei tanti mini-market della zona, e sparano la musica a palla dalle casse bluetooth, impedendo il sonno ai residenti. E poi, quando la temperatura alcolica si è alzata di molto, fanno anche andare le mani. "Qui di risse ne abbiamo viste davvero tante. Bisogna sempre pregare di non finire in mezzo al tiro incrociato delle Moretti", spiega Massimiliano Piazza che gestisce il Tijuana Cafè di via Massarani. "È un disastro, ogni tanto le bottiglie di vetro arrivano pure ai nostri clienti che si accomodano ai tavolini fuori", allarga le braccia Aurelio Di Benedetto, titolare del Re Artù di corso Lodi, uno dei pub più longevi di Milano, aperto dal 1986.

"Fossero poi solo le risse. A preoccuparci è la criminalità dei troppi sbandati. Sei mesi fa abbiamo soccorso una nostra cliente di 25 anni, assalita, mentre stava recuperando la sua bicicletta, da uno straniero che si era prima appisolato sul marciapiede. Non si è fatto problemi a metterle le mani addosso, quasi sotto i nostri occhi. Come se non bastasse ci sono i shisha bar dove si fuma il narghilé. Il Comune non dovrebbe più dare le licenze a questo tipo di locali: rimangono aperti fino alle 5 del mattino – prosegue – e in zona hanno generato solo problemi di ordine pubblico. Di fronte a questa situazione saremmo più tranquilli se vedessimo in giro più forze dell’ordine. Un presidio costante ci aiuterebbe anche a recuperare un po’ di clientela, perché quando c’è insicurezza è anche il cassetto del locale a soffrire. La gente come si deve evita di venire".

I milanesi rimasti in città, infatti, sembrano essersi dati appuntamento a un chilometro di distanza, sempre in corso Lodi ma in direzione Porta Romana. Qui si respira un clima rilassato e disteso e i tavoli dei locali, anche se è agosto, sono presi d’assalto. "Fenomeni di microcriminalità? Non mi risultano", assicura l’indaffarata dipendente dietro al bancone dell’irish pub Pogue Mahone’s. "La security fuori dal locale? Serve a gestire solo il flusso notevole di clientela e ad invitare tutti a tornare a casa quando scatta la chiusura".