Fabio Ciceri
Fabio Ciceri

Milano, 29 aprile 2020 - Perché la grande maggioranza dei contagiati dal coronavirus se la cava con sintomi tutto sommato gestibili e una minoranza (tra il 5 e il 15%, in base ai dati di un primo studio del Policlinico di Milano) finisce in Rianimazione? Al San Raffaele di Milano, dove nei primi due mesi di emergenza sono stati curati circa mille malati di Covid19, un’ équipe guidata dai primari dell’Anestesia e rianimazione Alberto Zangrillo e dell’Ematologia Fabio Ciceri ha affrontato questo problema con uno studio clinico-osservazionale.

E tracciato un identikit delle persone più esposte ad avere conseguenze gravi dal SARS-CoV-2, sul quale i ricercatori suggeriscono di impostare una campagna di screening in raccordo con la medicina territoriale per affrontare la Fase 2 curando la popolazione a rischio prima ancora di ricoverarla, riducendo gli ingressi in terapia intensiva e la mortalità. Se i fattori di rischio "primari" sono quelli noti - età avanzata, un tumore maligno in corso, ipertensione arteriosa e malattia coronarica -, analizzando campioni biologici, storia clinica e diagnosi dei pazienti i ricercatori del San Raffaele hanno scoperto che quelli a maggior rischio presentano un numero molto basso di linfociti nel sangue - perché esauriti da una risposta immunitaria abnorme al virus - e valori elevati di alcuni marcatori che misurano la presenza di una reazione iper-infiammatoria. "Attraverso gli indicatori che abbiamo individuato possiamo riconoscere in anticipo i pazienti che svilupperanno la forma più grave della patologia – spiega il professor Ciceri -. Su questi pazienti è possibile intervenire precocemente e con maggior efficacia con le terapie che stiamo testando con discreto successo su malati in condizioni più avanzate".

Per farlo è però necessario, avvertono da via Olgettina, costruire "un’alleanza forte tra ospedali ad alta specializzazione, che hanno l’esperienza della malattia e i farmaci innovativi, e la medicina del territorio, che grazie a una veloce identificazione può proteggere la popolazione a maggior rischio di ricovero e mortalità". Come? "Attraverso un programma di screening e l’intervento tempestivo, innanzitutto a domicilio - chiarisce il professor Zangrillo –. Ad esempio un iperteso con più di 65 anni, a fronte di un episodio febbrile, deve essere subito inserito in un percorso di diagnosi, monitoraggio e cura".