Le mille vite di Paolo Sarpi: dai carretti allo street food, la movida ora è a Chinatown

Milano, due secoli fa il Borg de scigolatt, con la Moratti la guerra del carico-scarico. Ora è il quartiere dello struscio. E c’è già chi si lamenta: "Ma qui le cose cambiano in fretta"

Uno scorcio di via Paolo Sarpi. Sulla sinistra, la Ravioleria Sarpi e la storica Macelleria Sirtori (Foto Fasani)
Uno scorcio di via Paolo Sarpi. Sulla sinistra, la Ravioleria Sarpi e la storica Macelleria Sirtori (Foto Fasani)

Milano, 15 gennaio 2023 – Una volta era il Borg de scigolalatt (borgo dei cipollai), ma anche di ortolan e perfino di goss (dei gozzi, in riferimento alle parti di animali in vendita lungo le strade). Oggi, due secoli dopo, quello che vive Chinatown è in fondo un ritorno al passato. Il cuore del quartiere, via Paolo Sarpi, è infatti un grande mercato alimentare asiatico all’aperto. Dove c’è davvero di tutto: dai baozi (panini cotti al vapore) ai jiaozi (ravioli), dal collo d’anatra (a proposito di gozzi...) agli spiedini fritti (da Fried Skewers ci sono persino quelli di ossicine di pollo), passando per ramen e bubble tea.

Uno dei locali di street food di via Paolo Sarpi (Foto Fasani)
Uno dei locali di street food di via Paolo Sarpi (Foto Fasani)

Un carosello di colori, sapori e odori definitiva testimonianza della rivoluzione che ha investito la zona in poco più di 15 anni. Nessun quartiere di Milano ha infatti cambiato così tanto pelle dagli anni Duemila a oggi come Chinatown. Da caotico fortino della comunità cinese, a strada (quasi) pedonale con beole, aiuole, piante e fiori, e un via vai di turisti e curiosi che nei fine settimana diventa folla.

Assediato dalle scelte urbanistiche partite nel 2007 con la pedonalizzazione e la Ztl, alle quali sono seguiti anni di battaglie prima e dialogo poi, il fortino si è aperto e Chinatown è diventata altro. Ha ancora i suoi angoli quasi inaccessibili di micro attività dove l’italiano è sconosciuto, ma è ormai una zona che attrae e incuriosisce più che preoccupare. E in cui si affacciano semmai i problemi tipici dei quartieri della movida, dalla convivenza notturna tra locali e residenti, alla pulizia delle strade. "Il venerdì e il sabato è un gran casino e alla mattina ci sono rifiuti dappertutto", dice un anziano residente di via Niccolini. È uno dei prezzi della metamorfosi. Del resto, mentre i cinesi prima erano gli invasori, ora si ritrovano nella posizione di invasi: da migliaia di affamati passeggiatori del weekend.

Perché lo struscio in Paolo Sarpi è ormai un’attività che coinvolge non solo i milanesi, tra uno stuzzichino asiatico e un gadget made in China, certo, ma non solo. Ci sono infatti anche vetrine per i più nostalgici. Già, perché il paradosso è che la via dei cinesi di Milano, che ora è un laboratorio di street food asiatico a cielo aperto, dove nascono e muoiono ristoranti nel giro di un paio di mesi, ha la più alta concentrazione di botteghe storiche di tutta la città.

Nei 900 metri di Paolo Sarpi ce ne sono ben 13. Alcune più che centenarie. Hanno resistito alle mitologiche valigette di banconote dei commercianti asiatici negli anni 90, hanno passato indenni le trasformazioni urbanistiche e sociologiche della via, hanno navigato tra gli alti e bassi del mercato, e sono ancora qui: col diploma del Comune che ne certifica l’anzianità e un bagaglio di storie che custodiscono gelosamente e che orgogliosamente esibiscono come segno distintivo. "Perché non basta avere i soldi per tenere in piedi un’attività. Serve la passione, la curiosità e la voglia di investire", dice Luca Sarais, da 32 anni titolare delle Cantine Isola, l’enoteca che, con i suoi 128 anni di storia, è una sorta di memoria storica di Paolo Sarpi.

Le Cantine Isola, locale storico di via Paolo Sarpi. Al centro il titolare Luca Sarais e il figlio Alessandro (Foto Fasani)
Le Cantine Isola, locale storico di via Paolo Sarpi. Al centro il titolare Luca Sarais e il figlio Alessandro (Foto Fasani)

"Quello che forse ci distingue dagli imprenditori cinesi della zona è proprio questo, la passione per la propria attività, che si trasforma in professionalità e attenzione ai clienti. Nella cultura cinese domina invece il valore del lavoro, indipendentemente da quello che si fa. È anche per questo che i locali della zona sono in continua trasformazione. E quello che fino a poco tempo fa era un negozio di abbigliamento ora vende tecnologia oppure si è trasformato in ristorante".

Trasformazione è la parola chiave di Paolo Sarpi e di Chinatown in generale. I tempi dei grossisti, dei furgoni e dei carrelli sono ormai lontani, confinati nei tratti di via Bramante e via Niccolini più distanti dal cuore pulsante del quartiere. Così come lontano, lontanissimo, sembrano il 2007 e gli scontri tra forze dell’ordine e cittadini cinesi infuriati per la tolleranza zero sul carico-scarico dell’allora giunta di Letizia Moratti. Al comando ora ci sono le seconde e le terze generazioni che hanno colto l’occasione offerta dalla trasformazione radicale iniziata proprio dalla Moratti. Che hanno convertito le vecchie attività seguendo l’evoluzione della via.

Lina Hu, titolare di Party Wan in via Paolo Sarpi (Foto Fasani)
Lina Hu, titolare di Party Wan in via Paolo Sarpi (Foto Fasani)

"Noi siamo arrivati nel 2004 – racconta Lina Hu di Party Wan, negozio di maschere, palloncini e articoli da regalo –. Prima il nostro era un negozio di alimentari, ma con la trasformazione pedonale il lavoro era calato moltissimo. Così abbiamo deciso di cambiare, puntando su un settore che nessuno ancora aveva trattato".

E i risultati le hanno dato ragione, viste le code davanti al negozio nei periodi di carnevale e Halloween e i clienti eccellenti delle tv. Se Lina Hu ha scelto di differenziarsi, gli altri locali della via hanno invece seguito l’onda mangereccia tracciata dalla Ravioleria Sarpi (in joint venture con la macelleria Sirtori) e da Ramen-a-mano (in via Lomazzo), i primi a scommettere su una ristorazione lontana da canoni e stereotipi orientali. Il loro successo ha aperto la strada: sempre meno anonimi negozi di abbigliamento economico e vecchi ristoranti del pollo alle mandorle e spaghetti di soia, avanti coi locali di street food ricercato dove i cibi vengono preparati davanti al cliente e venduti direttamente in strada.

Fabio Marini, titolare dei Magazzini Vittoria, una delle botteghe storiche di via Paolo Sarpi  (Foto Fasani)
Fabio Marini, titolare dei Magazzini Vittoria, una delle botteghe storiche di via Paolo Sarpi (Foto Fasani)

Dove la rivoluzione Sarpi porti – come tutte le rivoluzioni – non è dato saperlo. E c’è anche chi non crede alla nuova Chinatown. "Il negozio è della mia famiglia dal 1938 – dice Fabio Marini dei Magazzini Vittoria –. Io sono qui dal 1991, le trasformazioni le ho viste tutte e posso dire che l’idea che stava dietro alla pedonalizzazione non è certo quella vediamo ora. L’idea era di riportare i negozi di quartiere nella via. Non è andata così. Però, chissà. Adesso c’è questa ondata del food e sembra che siano tutti affamati, ma qui le cose cambiano in fretta e magari tra qualche anno sarà tutto diverso". Per ora invece un abusato proverbio cinese ha trovato qui una sua declinazione particolare: quando soffia il vento del cambiamento qualcuno costruisce muri, qualcuno mulini a vento. In Paolo Sarpi invece un locale di street food.

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