Giuseppe Uva (Ansa)
Giuseppe Uva (Ansa)

Varese, 9 maggio 2018 - La Corte d'Assise e d'Appello di Milano si è riservata di decidere se riaprire o meno il dibattimento sul caso di Giuseppe Uva, l'operaio 40enne morto in ospedale dopo essere stato fermato dai carabinieri e aver trascorso la notte in caserma. A chiedere di ascoltare nuovamente quattro testimoni chiave, tra cui Alberto Bigioggero, che era stato fermato insieme a Uva, è il sostituto Pg Massimo Gaballo. I giudici, però, si sono riservati di decidere e hanno rinviato il processo alla prossima udienza, già fissata per il 16 maggio.

A processo per la morte di Giuseppe Uva sono finiti otto carabinieri e agenti di polizia che erano intervenuti la notte tra il 13 e il 14 giugno 2008: Uva e l'amico Biggiogero, entrambi ubriachi, furono fermati dagli uomini dell'Arma, con l'aiuto di una volante della polizia, perché stavano spostando alcune transenne per chiudere al traffico una strada nel centro di Varese e furono portati in caserma. Gli imputati sono Paolo Righetto, Pierfrancesco Colucci, Stefano Dal Bosco, Francesco Focarelli Barone, Bruno Belisario, Gioacchino Rubino. A processo sono finiti anche gli agenti di polizia Vito Capuano e Luigi Empirio. Devono rispondere per omicidio preterintenzionale e sequestro di persona, accuse dalle quali il Tribunale di Varese li ha assolti in primo grado.

Dopo la richiesta del sostituto Pg di riascoltare quattro testimoni chiave, ritenuti "apoditticamente inattendibili" dalla Corte d'Assise di Varese, l'avvocato Fabio Schembri, che difende Righetto, ha chiesto di acquisire una lunga lista di testimoni, che include anche diversi medici e infermieri presenti all'ospedale Circolo di Varese quando Uva venne ricoverato per un trattamento sanitario obbligatorio, dopo diverse ore trascorse in caserma, e di lì a poco morì per arresto cardiaco, dovuto a una grave patologia di cui era affetto combinata con lo stress e altri fattori. 

I legali delle difese contestano in particolare la lista testi depositata dal rappresentante della pubblica accusa: "O riascoltiamo tutti i testimoni già sentiti e rifacciamo un nuovo processo di primo grado, o niente", ha messo in chiaro l'avvocato Pietro Porciani che difende due degli agenti sotto accusa. E che ha aggiunto: "Non si possono sentire solo i testimoni chiesti dall'accusa".