Milano, quella lunga estate tragica del 1993: una bomba esplode a Tangentopoli

Mentre l’inchiesta ‘Mani pulite’ è all’apice, lacrime per i suicidi di Cagliari e Gardini. E sangue in via Palestro

I pm di Mani pulite in Galleria tra la folla

I pm di Mani pulite in Galleria tra la folla

Milano – Sangue e lacrime in quell’estate milanese di trent’anni fa. Nello scorrere del 1993 l’inchiesta Mani pulite, sulla corruzione nel mondo politico e imprenditoriale, arriva all’apice della sua potenza investigativa e mediatica sui giornali e nelle tivù, nei giudizi dell’opinione pubblica e tra i cittadini. E’ l’anno degli avvisi di garanzia a catena e degli arresti di politici e imprenditori, l’anno della monetine contro Bettino Craxi che esce dall’Hotel Rafael a Roma, dopo che la Camera ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti avanzata dal pool di Antonio Di Pietro e dei suoi colleghi.

Ma è a Milano che una calda mattina di luglio si toglie la vita in carcere Gabriele Cagliari, manager socialista e fino al momento dell’arresto presidente dell’Eni, finito dentro per una storia di tangenti. Ha confessato di essere a conoscenza della "regola distributiva tra i partiti", ma rivendica il diritto a non tirare in ballo altre persone, e più volte gli è già stata negata la scarcerazione. In cella legge di tutto, scrive lettere e poesie, ma la mattina del 20 luglio Cagliari indossa l’accappatoio blu, va a farsi la doccia e quando rientra nella 102 è solo, perché i suoi due compagni sono fuori. A loro ha scritto una lettera: "Non preoccupatevi, è un suicidio in piena regola". Lo trovano nel piccolo gabinetto alla turca della cella, alle 10.05 il medico del carcere firma il referto di morte: crisi cardiaca dopo un tentato soffocamento.

Tre giorni dopo, mentre nella chiesa di piazza San Babila si celebra il funerale di Cagliari, tra i banchi si sparge la notizia di un altro suicidio. Un colpo solo alla tempia. Muore così la mattina di quel 23 luglio l’industriale ravennate Raul Gardini. È nella stanza da letto a Palazzo Belgioioso, la sua residenza milanese, ha un appuntamento in procura con il pm Di Pietro, sa che dopo verrà arrestato. In ballo c’è la battaglia risolta a suon di mazzette per il controllo di Enimont, il colosso della chimica nato dal matrimonio pubblico-privato. Un quotidiano quella mattina titola “Tangenti, Garofano accusa Gardini”. Giuseppe Garofano è il manager che lo ha sostituito alla guida del gruppo Ferruzzi, è in carcere da una settimana. Così il ‘Corsaro’, l’uomo che diceva "la chimica sono io", prende la sua vecchia Walther Ppk 7,65 e preme il grilletto. Una volta sola.

Sangue e lacrime, quelle della città intera appena quattro giorni dopo. La sera del 27 luglio ’93 prima delle 23.30 in via Palestro, di fronte al Pac, il Padiglione d’arte contemporanea, esplode una Fiat Uno rubata poche ore prima in zona Bovisa e imbottita di esplosivo. Muoiono i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l’agente di polizia municipale Alessandro Ferrari e Driss Moussafi, immigrato marocchino che dormiva su una panchina del parco. È un attentato di mafia, collegato ad altri - prima e dopo a Firenze e a Roma - che hanno preso di mira il patrimonio artistico del nostro Paese. Si rivelerà nel tempo l’ultima strage compiuta da Cosa nostra nei confini italiani. L’intera cupola mafiosa verrà condannata per quei fatti, da Torò Riina a Bernardo Provenzano a Matteo Messina Denaro, anche se la verità completa su mandanti ed esecutori dopo tutti questi anni non è ancora stata trovata.

Molto meno drammatica, naturalmente, la battaglia tra toghe che in quelle stesse settimane si svolge nella procura milanese all’interno del pool Mani pulite, dove uno dei pm, Tiziana Parenti, rimane praticamente isolata quando decide, in pieno agosto, di iscrivere tra gli indagati per corruzione il tesoriere del Pds (l’ex Pci) Marcello Stefanini. Eccetto lei, tutti gli altri pm sono contrari perché ritengono di non essere in grado di sostenere l’accusa di tangenti “rosse“. A ottobre sarà la stessa Parenti a richiedere l’archiviazione del fascicolo; a lasciare subito dopo Mani pulite per essere aggregata all’Antimafia milanese, e poi a dismettere la toga per farsi eleggere, nel marzo del ’94, tra le file di Forza Italia, il neonato partito di Silvio Berlusconi.

Ma, prima, l’estate milanese del ’93 si è avviata a conclusione con un’altra sorpresa. Finisce in manette, a inizio settembre, il presidente vicario del Tribunale, il giudice Diego Curtò. È accusato di aver intascato tangenti (nell’ambito della battaglia per il controllo di Enimont) per assegnare l’incarico di custode delle azioni della società contesa ad un uomo vicino ai partiti di governo e inviso all’industriale Gardini. "Quei soldi? Li ho buttati nell’immondizia" risponde Curtò ai pm nel corso di un interrogatorio. Non era vero: li aveva fatti trasferire su un conto svizzero.

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