L'omaggio a Lorenzo
L'omaggio a Lorenzo

Milano, 10 aprile 2019 - Quattro anni di dolore, rabbia e battaglie per la giustizia. La mattina del 9 aprile 2015 suo figlio, l’avvocato di 37 anni Lorenzo Claris Appiani, fu ucciso a colpi di pistola dall’immobiliarista fallito Claudio Giardiello, che ammazzò anche il coimputato Giorgio Erba e il giudice Fernando Ciampi. Altre due persone rimasero ferite. Una strage compiuta approfittando anche delle falle nella sorveglianza, che consentirono all’uomo di oltrepassare i varchi alle 8.48 con una Beretta calibro 9. Il «torto grave» delle vittime, si sfoga Aldo Claris Appiani, il padre dell’avvocato ucciso, «fu quello di fidarsi dello Stato perché mai più avrebbero pensato che un criminale, che li considerava nemici cui far pagare uno sgarro che pensava di aver subito, li riunisse proprio in Tribunale per la mattanza, proprio come faceva la mafia, ma nei ristoranti».

E Giardiello che sta scontando l’ergastolo, «sapeva perfettamente che il sistema di sicurezza era solo un teatrino di cartapesta, costoso ma del tutto inefficiente». Per questo Aldo Claris Appiani e la moglie Alberta Brambilla Pisoni stanno portando avanti una causa civile - «impantanata tra schermaglie legali» - contro il ministero della Giustizia, il Comune di Milano e la società di vigilanza privata All System. Responsabili per la sicurezza negli uffici giudiziari che, secondo l’uomo, «devono pagare per quello che è successo». Il desiderio di giustizia lo ha portato anche a impegnarsi in prima linea in un controverso caso giudiziario, il processo a carico dell’infermiera toscana Fausta Bonino, accusata di omicidio volontario plurimo per le morti sospette di 10 pazienti a Piombino. Claris Appiani, medico, affianca il collegio difensivo come consulente. Convinto dell’innocenza dell’infermiera, che conosce personalmente, lotta perché la donna ottenga l’assoluzione. È entrato a far parte, inoltre, dell’Unione Nazionale Vittime, che si occupa della tutela di persone che hanno subito reati violenti.

«Sono passati 4 anni ma lo Stato - prosegue l’uomo riferendosi alla strage in Tribunale - non sembra essersi ancora reso conto del baratro che quel giorno si era aperto. Dopo di allora altri avvenimenti luttuosi si sono verificati con il concorso del mal governo e dell’inefficienza dell’amministrazione. Ultimo, non meno devastante, l’uccisione di un ragazzo spensierato (il torinese Stefano Leo accoltellato ai Murazzi, ndr) da parte di un criminale che avrebbe dovuto essere in galera perché già condannato, ma che non lo era per “ritardi burocratici”. Si sono succeduti i governi - è l’amara conclusione - ma l’incapacità ad agire è sempre la stessa».