Uno dei frame ripresi dalle telecamere di sucurezza
Uno dei frame ripresi dalle telecamere di sucurezza

Milano, 12 maggio 2015 - Un uomo passa sotto l’occhio di una telecamera di sorveglianza: 6.12 del 2 novembre 2014 a pochi metri da via Quarto Cagnino, in quella via San Giusto che là dista meno di cento metri dal luogo dove Stefano Savi (la prima vittima in ordine di tempo della banda dell’acido), qualche attimo prima è stato devastato da una secchiata di muriatico. Un uomo che a quell’ora, ripreso dalla telecamera di sicurezza della stazione di servizio Q8 (orario registrato, 6.17 che risulta settato 5 minuti avanti) arriva di corsa, poi rallenta e al passo attraversa l’incrocio tra San Giusto e Quarto Cagnino. Giubbotto scuro, pantaloni più chiari tipo jeans, impossibile capire dalla sgranatura delle immagini se abbia o meno il capo coperto: il suo passaggio, unica presenza concreta nell’ora e nel luogo dell’agguato, viene indicato dalla squadra mobile «di particolare interesse investigativo». Ma la sua immagine dopo sei frame si perde, perché le telecamere non fanno riprese continue.

Eppure sembrerebbe logico, e non solo suggestivo, pensare che abbia a che vedere con l’agguato appena consumato. Come il passaggio, qualche minuto prima, ore 6.04, in gran velocità, di una 500 bianca, che, ancora là, brucia il rosso verso piazza Axum, scomparendo dalle riprese (non si rileva il numero di targa). E il bagno d’acido di Stefano va collocato tra le 6.05 e le 6.10: lo testimonia lo scambio di sms che il ragazzo ha con un’amica, la russa Irina S. appena accompagnata a casa nel quartiere Olmi dalla discoteca Le Club (e mentre sta portando l’ultimo amico in via Primaticcio): ore 6.01, Stefano risponde, con tanto di emoticon, al saluto di Irina, are you ok?.
Sono ancora molti i misteri sulla prima aggressione all’acido che, attribuita dal terzo del clan, il bancario Andrea Magnani, a uno scambio di persona tra lo studente Savi e il fotografo Giuliano Carparelli (vittima designata), per lavare l’onta del rapporto usa e getta avuto con Martina Levato, sarebbe finito per sbaglio nel rituale di purificazione voluto da Alexander Boettcher. Magnani, il valletto tuttofare della coppia acida, dice che quella sera, alla ricerca di un giovane con cui Martina deve parlare, lasciano alle loro spalle l’ospedale San Carlo, imboccano la via Postumia (esattamente all’opposto di via San Giusto), dove si fermano: Martina scende con una tracolla, e Alexander, non vendendola tornare, si allunga qualche metro più avanti ma sempre restando nella visuale di Magnani, finché la ragazza torna di corsa, trafelata, e pochi minuti dopo in auto Boettcher dice che «il ragazzo era sbagliato».

Ma non è una donna l’aggressore materiale di Stefano Savi. Se già non lo dicesse lo stesso Stefano che descrive un uomo, più basso di lui (è un metro e 92) e più tarchiato (è molto magro), faccia coperta da sciarpa o cappuccio e con giubbotto smanicato, lo dicono le indagini della squadra mobile. Dettagliatissime. L’auto di Stefano che riaccompagna gli amici, è ripresa da numerose telecamere, e non è mai seguita. Chi lo aspetta, davanti al numero 9 di via Quarto Cagnino, sa che il suo cancello per accedere al box non è automatico.  Il ragazzo deve scendere dall’auto, aprire con le chiavi, rentrare in auto e posteggiare: e in questo secondo momento viene assalito dalla secchiata. Il contenitore, rilevano gli investigatori, è aperto, è tenuto dall’aggressore con due ganci di ferro a u (verranno trovati il giorno dopo). L’uomo cammina lungo l’asse stradale in direzione via San Giusto, rientra sul marciapiede e si nasconde tra le auto in sosta proprio di fronte al numero 9, appoggia il secchio da cui cade il liquido che forma due grosse macchie, e aspetta la sua vittima. Là, pìù volte calpestato l’acido, ci sono tre impronte di scarpa da ginnastica, «modello sportivo da uomo, viste le misure generose dell’impronta», «probabilmente lasciate dalla stessa persona». Sono impronte di scarpa numero 44. Quindi le tracce di acido, misteriosamente, scompaiono: la scientifica cerca ma non trova «tracce di gocciolamenti o di una qualsiasi forma di scia» che consentano «di individuare la via di fuga». Come se le Adidas avessero le ali.




E chi ha aggredito Stefano potrebbe essersi a sua volta bruciato mani o polsi, data la quantità di acido sversato a terra. Sarà un caso? Alle 22,26 del 3 novembre, a tingere di altra suggestione il giallo che Magnani certo non risolve, al vicinissimo ospedale San Carlo si presenta un uomo: M.A., clase 1967, ha una «vistosa medicazione» - riferita dalla relazione fatta dagli infermieri alla polizia - al polso e all’avambraccio destro. Dice di essersela provocata con acqua bollente e chiede quanto deve aspettare per essere medicato. Ma, quando vede passare (casualmente) un poliziotto, «alla vista di noi agenti assumeva un atteggiamento nervoso, poco loquace, sospettoso». Agitato. E senza aspettare, se ne va, ore 22.33. Lo descrivono, alto circa un metro e 70, capelli corti scuri, corporatura media, con giubbotto-giacca marrone e pantaloni jeans. Pare, ma forse è suggestione, l’uomo ripreso dalla telecamera di via San Giusto. Quanti uomini nella banda dell’acido?

marinella.rossi@ilgiorno.net