Padre Fausto Tentorio, avvelenato il mandante che ordinò il suo omicidio: "È stato messo a tacere"

Il religioso del Pime freddato nel 2011 nelle Filippine, il nipote: "Con la sua morte rischiamo ora l’insabbiamento delle indagini"

Padre Fausto Tentorio è morto a 59 anni freddato in un agguato nella sua missione

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Santa Maria Hoè (Lecco), 1 febbraio 2024-  Non ci sarà alcuna verità né giustizia per l’omicidio di padre Fausto Tentorio, il missionario del Pime di 59 anni di Santa Maria Hoè, nel Lecchese, freddato a colpi di pistola la mattina del 17 ottobre 2011 nella sua parrocchia di Arakan, provincia di Cotabato, isola di Davao, nel sud delle Filippine.

Il principale sospettato, l’unico che era stato arrestato, non può più essere processato: è morto, anzi è stato ammazzato, forse, o almeno così si presume, proprio per metterlo a tacere per sempre. Ricardo Boryo Dorado, 68 anni, ex capo villaggio con la reputazione di killer di indigeni, proprio quelle popolazioni che Tatay Pops come tutti chiamavano padre Tentorio – difendeva dai latifondisti, dagli sfruttatori minerari e dai militari corrotti che volevano defraudarli della loro terra. Era una sorta di ex sindaco di Dallag, centro sulle alture della zona, un esponente di spicco dei leader del movimento Ilaga, un gruppo di integralisti cristiani. Era ritenuto il mandante dell’agguato contro il religioso brianzolo. "Probabilmente lo hanno avvelenato la notte di Natale, approfittando dell’assenza di molte guardie – spiega Andrea Tentorio, nipote di padre Fausto, presidente della onlus “Non dimentichiamo padre Fausto“ fondata per sostenere i progetti di sviluppo avviati dal missionario -. Lo hanno portato in ospedale, ma non c’è stato nulla da fare. Lo hanno subito sepolto, senza nemmeno l’autopsia. Si sospetta sia stato fatto fuori per impedire che testimoniasse contro le altre persone coinvolte nell’assassinio di mio zio".

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Ci sono altri sei indagati: i due fratelli Jimmy e Robert Ato, che sarebbero gli esecutori materiali del delitto, Jan Corbala, che è uno dei comandanti del 57esimo battaglione di stanza a Makilala e tra i capi del gruppo paramilitare “Bagani“ e tre suoi militari sottoposti, cioè Kaing Labi, Hoseph Basol ed Edgar Enoc, tutti soldati regolari. "Contro di loro ci sono mandati di arresto, ma non sono mai diventati esecutivi – prosegue Andrea -. Vedremo che succederà nei prossimi mesi". Il timore, se non la certezza, è che una volta liquidato l’imputato numero uno, il processo che già procedeva a rilento, venga definitivamente insabbiato e che l’uccisione di padre Fausto resti uno dei tanti casi irrisolti, archiviati per sempre senza colpevoli.