
Lezione di cucina giapponese per i detenuti del carcere casa cirdondariale di Lecco
Lecco, 1 dicembre 2024 – Il gusto della libertà ha il sapore del sushi. Lo hanno assaporato venti detenuti della casa circondariale di Pescarenico, che hanno partecipato ad un corso di tecniche di cucina giapponese. Una volta scontata la loro pena, magari potranno anche loro diventare sushi chef, non un semplice cuoco, ma, in Giappone e per i cultori della cucina nipponica, una sorta di ministro dell’arte culinaria a base di riso o pesce. In cattedra, anzi al chabudai, il tradizionale tavolino giapponese, si sono messi Paolo Tucci e Takashi Kido, due insegnanti di livello: sono rispettivamente gastronomo il primo, e chef della Nippon Food Academy il secondo. Con loro anche Jun Jie Sun, che ha sponsorizzato l’iniziativa. Si è trattato di un’esperienza hands-on di preparazione di piatti tipici della tradizione culinaria giapponese. Onigiri che è il riso modellato, tamaky che sono rotoli di sushi, salsa yukke, pollo teriyaki e miso shiru le materie di studio e pratica.
Santoku in mano
E poi come utilizzare il santoku, il coltello universale tipico, per sfilettare e affettare salmone, tonno e pesce spada. Il percorso è durato 12 ore, suddivise in più lezioni. Al suono della campanella di fine corso, festa per tutti, non solo per gli studenti, con una degustazione per ognuno dei detenuti.
Gli obiettivi
"Questo progetto è molto più di un semplice corso di cucina – spiega Luisa Mattina, la direttrice della casa circondariale di Lecco, dove attualmente sono detenuti in 85 a fronte di una capienza ottimale di 53 persone –. È un’opportunità concreta di formazione, di acquisizione di nuove competenze, di crescita personale e di condivisione. Attraverso la cucina abbiamo offerto ai nostri ospiti uno strumento di riscatto, di apprendimento e di connessione con una cultura diversa dalla propria”. Un modo, insomma, per instaurare nuovi rapporti con il mondo esterno, anche molto lontano, come il Giappone, nonostante il regime di privazione della libertà, per imparare le base di un possibile mestiere, per prepararsi al meglio a quando si chiuderanno le porte di prigione, perché il carcere, oltre alla pena, deve essere “rieducazione“, come indica la Costituzione.