Milano, 25 agosto 2019 - Fa effetto mentre nella notte la campana scandisce i nomi delle vittime del terremoto di tre anni fa, denunciando coi suoi rintocchi gravi e ingiustificati ritardi nella ricostruzione, vedere la politica impegnata non ad affrontare con concretezza quei problemi, ma ad avvitarsi in discussioni su logiche di potere e spartizione di poltrone. Ancora una volta distante dalla gente e dalla realtà di tutti i giorni, e come sempre autoreferenziale e chiusa nel suo mondo. Impenetrabile a ogni priorità che non riguardi strettamente la dialettica parlamentare. Da anni, questa, ferma sull’eterna, immutabile necessità di interrogarsi sull’urgenza di una nuova legge elettorale. Non è peraltro solo la vicenda del sisma in centr’Italia a dover preoccupare chi ha in mano il governo del Paese e chi vorrebbe prenderlo a breve.

Altri I complicati nodi stanno per venire al pettine in questo ultimo scorcio di vacanze estive, visto che le crisi aziendali si moltiplicano e quelle già pendenti necessitano di soluzioni immediate che la politica in questo momento non sente il bisogno di cercare: dall’Alitalia all’Ilva di Taranto, dove 14.000 persone rischiano il posto di lavoro per la mancata approvazione in via definitiva del Decreto imprese; dalla flat tax - della quale non parla più nessuno - all’autonomia differenziata che, pur presente nei dieci punti portati da Luigi Di Maio sul tavolo della trattativa col Pd, ha già il sapore di un’eterna incompiuta. Con buona pace dei cittadini lombardi e veneti andati alle urne, due anni fa, per ottenere con il referendum il via libera alla diversa ripartizione dei poteri fra Stato e Regioni. In questo singolare mese di agosto si è avuta un’amara riprova di quanto la politica, ostinatamente lontana dai problemi della vita reale, ignori le legittime aspettative di imprese, famiglie e anche degli stessi elettori che vorrebbe così fedelmente rappresentare. E tutto questo con palese arroganza. Anche considerato che l’interesse del Paese è sempre, puntualmente e inutilmente, al primo posto nelle dichiarazioni d’intenti di tutti i protagonisti di questa crisi di governo. Non a caso il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia è tornato a richiamare gli attori politici ad un maggior realismo. Appaiono inoltre disarmanti due elementi balzati alle cronache subito dopo la formalizzazione della crisi di governo e le dimissioni del premier Giuseppe Conte. Da una parte forze politiche che si sono sempre combattute dichiarandosi, fino al giorno prima, radicalmente alternative in termini programmatici, stanno cercando in tutti i modi di fare un governo insieme per scongiurare il voto anticipato e una probabile debacle nelle urne. Dall’altra parte, personaggi della vecchia politica che pensavamo di aver archiviato negli annali della Seconda Repubblica, ricompaiono come manovratori di un possibile accordo fra dem e pentastellati, con il gradimento del Quirinale. Alla faccia di una legislatura che si autoproclamava di cambiamento. sandro.neri@ilgiorno.net