NEGLI ULTIMI dieci anni, ogni 100 euro spesi per le politiche attive, la quota destinata alla formazione è passata dal 50,2% al 30%. A fronte di una contrazione complessiva della spesa per misure attive in termini reali del 4,6% tra 2008 e 2018, quella per la formazione si è quasi dimezzata (-43%). Di contro, il budget destinato agli incentivi alla creazione di nuova occupazione è passato dal 40,4% al 67,6%, con un incremento in termini di spesa, a valori costanti, del 59,5%. È quanto emerge dalla ricerca ‘Ripensare le politiche attive per superare la crisi e far ripartire il Paese’ elaborata dalla Fondazione Studi consulenti del lavoro. Secondo la ricerca, sono diminuiti parallelamente anche gli incentivi all’autoimpiego, il cui peso nel 2008 era del 6,4% e nel 2018 quasi nullo, mentre è rimasta del tutto residuale la quota di risorse destinata alla creazione diretta di posti di lavoro o al sostegno dei segmenti svantaggiati. Per certi versi, sembrerebbe che anche le misure attive...

NEGLI ULTIMI dieci anni, ogni 100 euro spesi per le politiche attive, la quota destinata alla formazione è passata dal 50,2% al 30%. A fronte di una contrazione complessiva della spesa per misure attive in termini reali del 4,6% tra 2008 e 2018, quella per la formazione si è quasi dimezzata (-43%). Di contro, il budget destinato agli incentivi alla creazione di nuova occupazione è passato dal 40,4% al 67,6%, con un incremento in termini di spesa, a valori costanti, del 59,5%. È quanto emerge dalla ricerca ‘Ripensare le politiche attive per superare la crisi e far ripartire il Paese’ elaborata dalla Fondazione Studi consulenti del lavoro. Secondo la ricerca, sono diminuiti parallelamente anche gli incentivi all’autoimpiego, il cui peso nel 2008 era del 6,4% e nel 2018 quasi nullo, mentre è rimasta del tutto residuale la quota di risorse destinata alla creazione diretta di posti di lavoro o al sostegno dei segmenti svantaggiati.

Per certi versi, sembrerebbe che anche le misure attive abbiano una logica analoga a quelle passive, vale a dire di ‘sovvenzionamento’ di nuova occupazione, spiegano i consulenti del lavoro, finendo spesso e volentieri per prestarsi ad un uso improprio come sussidi permanenti di lavoro non sostenibili in imprese con scarso valore aggiunto. È quanto evidenziato anche da un recente approfondimento della Fondazione studi consulenti del lavoro, ‘Efficacia degli incentivi sull’occupazione stabile in Italia’, secondo cui le agevolazioni, come ad esempio le decontribuzioni, finiscono nel medio periodo per risultare poco efficaci ai fini della stabilizzazione del lavoro: su 100 assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2015, ricorrendo agli incentivi previsti dalla legge di Stabilità, solo 35,5 risultavano dopo tre anni ancora attive. Il confronto con gli altri Paesi mostra, peraltro, come in presenza di mercati del lavoro più efficienti, le misure di politiche attive siano rivolte principalmente a stimolare l’offerta. A fronte del 67,6% di risorse che l’Italia destina ad incentivi per le assunzioni, in Germania tale voce raccoglie il 10%, in Spagna il 15,2% e in Francia il 5,4%. Risulta di contro molto più elevata all’estero la spesa in formazione, che raggiunge in Germania il 71,1% delle risorse destinate alle politiche attive e in Francia il 48,2%.

Anche sul fronte della promozione di autoimpiego (0,1%) il dato italiano risulta fortemente sottodimensionato rispetto a Germania (3,5%), Francia (7,9%) ma soprattutto Spagna, dove tali misure assorbono quasi un quarto (23,3%) del budget destinato alle politiche attive. Un elemento che andrebbe valutato con attenzione, alla luce del ruolo che il lavoro autonomo ha sempre avuto nel nostro mercato del lavoro e della significativa contrazione registrata nell’ultimo decennio. Infine, risulta più elevata nel resto d’Europa la quota di risorse destinata alla creazione diretta di nuovo lavoro, generalmente con finalità sociali, mirata alle persone di difficile collocamento o in disoccupazione da più di un anno così come quella destinata a supportare l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Lo scarso ruolo rivestito dalla formazione nell’ambito delle politiche a sostegno del lavoro, rappresenta un elemento di criticità in un Paese come il nostro caratterizzato da bassi livelli di istruzione, da uno storico e sempre più ampio mismatch tra domanda e offerta di competenze e da un generale scarso investimento nella formazione, sia di base che continua: nel 2016, secondo uno studio Ocse, quasi il 40% degli adulti italiani nella fascia d’età tra i 15 e 64 anni era sovra o sotto qualificato per il proprio impiego; un dato molto al di sopra della media dei Paesi aderenti Ocse. Va peraltro segnalato che la grande maggioranza dei programmi di formazione in Italia è rivolto a persone giovani mentre per disoccupati in età adulta le possibilità di formazione, soprattutto di tipo pratico (stage o altro) sono quasi inesistenti, diversamente da quanto avviene in alcuni Paesi, dove anche per gli adulti è possibile contare su strumenti formativi di tipo tecnico operativo, in grado di facilitare il raccordo e l’accesso al lavoro. La sottovalutazione del ruolo delle politiche di formazione per gli adulti, preoccupa ancora di più in una fase come l’attuale, in cui l’espulsione dal mercato dei lavoratori più fragili sotto il profilo formativo si accompagnerà ad una crescita della domanda di competenze nuove, soprattutto in ambito tecnologico e digitale.

La possibilità di uno spiazzamento ulteriore tra domanda ed offerta di competenze sul mercato rischia, se non accompagnato da interventi strutturati e ampi di reskilling della forza lavoro, di compromettere le possibilità di reimpiego proprio per i segmenti di offerta più fragili. Quanto sia importante tale aspetto lo ricordano anche i recenti dati diffusi dall’Istat secondo cui, su 2 milioni 310mila disoccupati che nel corso del 2020 hanno cercato un lavoro, quasi un milione (987 mila, il 42,7%) aveva al massimo la licenza di scuola media.