Guido Harari, inseguendo un’epoca: "Ne ho cercato i volti"

Alla Fabbrica del Vapore l’antologica su cinquant’anni di foto i. Con una "caverna" per catturare gli occhi dei milanesi

Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Dario Fo ritratti da Guido Harari
Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Dario Fo ritratti da Guido Harari

Milano, 28 ottobre 2023 –  “Consiglio di fotografare tutto da molto vicino, a distanza di un cazzotto… o di una carezza", diceva Letizia Battaglia, fotografa, fotoreporter, anima civile davanti e dietro all’obiettivo. Cazzotti e carezze sono pure i cinquant’anni di scatti e racconti raccolti da “Incontri”, la mostra antologica di Guido Harari ospitata alla Fabbrica del Vapore da oggi al primo aprile 2024: "Ho afferrato la coda della cometa di un’epoca di cui volevo catturare lo spirito, lo slancio, l’utopia – spiega il fotografo-giornalista nato al Cairo e cresciuto a Milano, 71 anni –. Per dirla con Dylan, ho cercato di entrare in Paradiso prima che chiudessero la porta". Terra promessa di sguardi, sopracciglia, rughe, sorrisi, che si snoda in dieci ambienti popolati di varia umanità. "Questa mostra sul mio mezzo secolo d’attività s’intitolava “Remain in light“, come l’album dei Talking Heads. È stato Vittorio Sgarbi, quando è transitata a Ferrara, a suggerirmi un titolo italiano. Aveva ragione".

La prima sala, titolo “Sapessi com’è strano…”, è un omaggio a Milano.

"Ci ho passato cinquant’anni della mia vita, poi ho scelto una dimensione più lenta e mi sono spostato ad Alba. Ho passato l’ultimo anno a girare un documentario sulla mia professione che inizia dal balconcino in cui da ragazzo ascoltavo Radio Luxembourg. Quando ci sono tornato mi sono reso conto che io sono anche questa città".

Gaber, Jannacci, Fo, Prada, Fiorucci, Fracci, Armani, Vanoni, Strada…

"In buona parte è una Milano che non c’è più. Anzi, che è ancora lì. Ed è giusto che ci rimanga. Su Giorgio Gaber ho già pubblicato un libro fotografico, quello su Enzo Jannacci sta per uscire, poi ne arriverà uno pure su Dario Fo. Tre artisti enormi, che fanno la differenza".

Come ha iniziato?

"Dopo il clamore dei Beatles al Vigorelli, mi trovavo al mare con i miei quando decisi di andare ad intervistare i Rockes che si esibivano lì. Un colpo di testa. Chiesi a Shel Shapiro di potergli rivolgere qualche domanda e lui, senza badare alla mia giovane età, se ne uscì con quel “va bene“ da cui credo sia poi nato tutto".

Pure la foto è l’arte dell’incontro. Ci sarà iterazione col pubblico?

"All’interno della mostra abbiamo allestito la “Caverna magica“, uno speciale set fotografico dove realizzare ritratti dei visitatori (su prenotazione on line, ndr ) che finiranno nella sezione “Occhi di Milano“, una sorta di “mostra nella mostra” che così si popolerà via via degli sguardi della città. Ma alcuni “ritratti sospesi“ li andrò a realizzare in case d’accoglienza e altre strutture d’assistenza fuori dalla Fabbrica del Vapore".