Medici di base in pensione, si rischia il collasso

Nei prossimi sei anni cesseranno l'attività 36mila dottori. E non tutti saranno sostituiti

Luca Foresti
Luca Foresti

Nei prossimi 6 anni, 36.000 persone tra medici di medicina generale e pediatri in libera scelta andranno in pensione, e non tutti verranno sostituiti. Il rischio di un collasso del sistema, tutti i dati e le proposte nell'intervista a Luca Foresti, fisico, divulgatore e amministratore delegato del Santagostino, uno dei più importanti centri di erogazione di servizi medicali della Lombardia. Mancheranno sempre più medici di medicina generale, i servizi erogati perderanno in qualità. A perderci saranno cittadini, medici e il sistema Paese nella sua interezza. Tutto questo per mancanza di risposte dalla classe politica. Eppure dati che fotografino la condizione e diano modo di prevedere problemi e soluzioni ci sono. 

Foresti, quale è l’attuale situazione rispetto ai numeri dei medici di famiglia?

"Sappiamo quanti anni hanno i medici di base, quindi abbiamo la distribuzione statistica. Questa distribuzione ha la forma di una gobba. Vuol dire che nella parte finale (ovvero chi andrà in pensione presto) abbiamo una enorme gobba. Avremo molte più persone che andranno in pensione rispetto a medici che entreranno in servizio. Tra l’altro, i medici vengono obbligati ad andare in pensione a 70 anni, ma non sappiamo quante persone scelgono di andare prima. Questo è uno dei motivi per cui si parlò del problema medici con Quota 100".

Possiamo fare delle stime?

"La stima ragionevole è che nei prossimi 6 anni andranno in pensione 36.000 persone tra medici di medicina generale e pediatri in libera scelta. Il totale, oggi è di 50.000 medici operativi".

Quanti ne entreranno? "Prima del covid avevano accesso alle borse di MMG 1000 persone all’anno, se usiamo questo numero, entreranno 6000 medici nei prossimi 6 anni. Le regioni hanno aumentato le borse, non è facile avere una contabilità esatta ma ragionevolmente possiamo stimare che entreranno nei prossimi 6 anni meno di 10.000 medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. Quindi ne andranno via 36.000 e ne entreranno 10.000. I medici, saranno dimezzati".

Che impatto avrà sulla qualità del servizio, considerando che oggi i Medici di Medicina Generale hanno un tetto massimo di pazienti?

"Oggi la normativa dice che il numero di pazienti massimo per MMG è 1500. E già ora, come è noto, il livello qualitativo di erogazione del servizio a questi numeri non è buono. Lo Stato sta cercando di convincere i medici ad andare nelle case di comunità, ma i maggiori sindacati sono contrari ed è in atto una negoziazione. La risposta più semplice al problema, nonché la più sbagliata, sarà che i pazienti per ogni medico aumenteranno".

Ci sono differenze tra nord e sud Italia?

"Esiste un piccolo ma importante gap. Al Sud il numero di MMG per cittadini è leggermente maggiore rispetto al nord, probabilmente dovuto al fatto che le remunerazioni sono le stesse ma il costo della vita è diverso e cambiano anche le opportunità professionali. Poi ci sono disparità internamente alle regioni. Nei luoghi in cui è “bello” vivere e lavorare, ci sono più medici. Nelle periferie meno. Ci sono piccoli paesi in cui quando un medico di medicina generale va in pensione non viene sostituito, e i pazienti non sanno dove andare. Questa cosa sta accadendo sotto gli occhi dei cittadini senza che lo Stato e le Regioni diano una risposta".

Qual è la sua proposta?

"In Italia esiste il sistema dell’accreditamento: gli erogatori privati vengono accreditati dalle regioni per servizi come radiologia, specialistica o prelievi. Nell’ambito della Medicina Generale non è mai stato utilizzato questo come strumento. La proposta che ho fatto io è accreditare istituzioni pubbliche e private per erogare servizi di medicina di base. Non bisogna chiedere necessariamente che il servizio venga erogato solo da medici di base ma si possono usare team di diverse professionalità e soprattutto molte tecnologie a supporto del servizio, e poi lasciar liberi i pazienti di scegliere o meno da chi andare. Questa proposta si può applicare in pochissimo tempo e metterebbe un tampone al problema creando un pezzo di offerta nuova. Nessun politico ha mai risposto. Poi nel lungo periodo andrebbero aumentate le borse di specialità, mantenendo un ragionamento integrato tra tutte le esigenze".

La telemedicina può aiutare?

"Non per come è stata definita nella documentazione ufficiale del Ministero, ovvero come video visita. La video visita non fa risparmiare tempo al medico. Lo strumento che il medico potrebbe usare è la chat ma non è stata inserita come strumento possibile. In Finlandia l’80% delle interazioni tra MMG e pazienti è in chat, e l’incontro fisico si svolge solo per necessità. Spesso l’interazione con il medico è una prescrizione o risposte ad una domanda, poiché la medicina di base presuppone la conoscenza del paziente e l’anamnesi dovrebbe già essere stata effettuata. Questo, però, richiede apparato tecnologico e manageriale tipico di unazienda e al momento gli MMG Italiani non ce l’hanno".

A che punto siamo con le case di comunità?

"La strada è segnata. Sappiamo quante sono le case di comunità, quanti soldi sono stati stanziati. Si tratta di strutture da 2000 a 5000 mq. che dovrebbero erogare al loro interno tutti i servizi socio-sanitari del distretto.  Quando si fanno i conti, però, si riscontra che mancano 60.000 infermieri. Il Pnrr prevede 20.000 infermieri di comunità nelle case, ma se aggiungi quelli per i servizi domiciliari arrivi a 70.000. Quindi secondo il piano dovrebbero esserci 150.000 infermieri in pianta organica, solo che ogni anno entrano all’università 17.000 infermieri ma arrivano alla laurea 10.000, e ne vanno in pensione circa 9000. Attrarre gli stranieri è impossibile, perché paghiamo troppo poco. Abbiamo disegnato le piante organiche, ma mancano i numeri. Anche in questo caso è impossibile avere una risposta dalla politica".

Rischiamo di perdere i fondi europei?

"L’UE permette accesso ai fondi sulla base del piano operativo, e dei risultati ottenuti. Sembra che la classe politica metta la testa sotto la sabbia, aspettando che il problema esploda. Ma quando una massa di cittadini ha bisogno di un medico e non riesce ad averlo, il problema c’è e rischia di provocare reazioni a catena, come l’intasamento dei pronto soccorsi".

Perché manca una discussione politica sulla sanità in Italia? "La discussione sulla sanità è molto ideologizzata. Ci sono persone che a priori si oppongono all’integrazione del privato su base ideologica. Bisogna negoziare, riconoscersi, riconoscere che laltro esiste, che può dare una mano e poi la negoziazione potrà portare ad un risultato".