NICOLA PALMA
Cronaca

Tesoro romano da 4 milioni trovato a Como, maxi premio per gli scopritori: “A loro un milione di euro”

Le mille monete del V secolo dopo Cristo ritrovate durante gli scavi all’ex Teatro Cressoni. Il Ministero: “Alla società il 9,25% del valore”. I giudici accolgono il ricorso: “Le spetta il 25%”

La brocca in pietra ollare con mille monete d’oro

La brocca in pietra ollare con mille monete d’oro

Agli scopritori del Tesoro di Como spetta un quarto del suo valore, che al momento ha una stima (contestata) di poco inferiore ai quattro milioni di euro. Tradotto: circa un milione di euro. È l’indicazione arrivata ieri dal Consiglio di Stato, di cui dovrà giocoforza tenere conto il Ministero della Cultura nella nuova valutazione sul ruolo giocato dalla srl Officine Immobiliari nel preziosissimo ritrovamento. I giudici di Palazzo Spada hanno fissato tre paletti ineludibili. Il primo: l’analisi della questione porta a ritenere che la scoperta vada attribuita alla società incaricata dei lavori. Il secondo: non va applicata la ritenuta d’imposta alla fonte. Il terzo: la controparte deve partecipare al procedimento sulla quantificazione del premio.

A questo punto, serve un passo indietro per ricostruire l’intricata vicenda. Il 29 gennaio 2016, Officine Immobiliari acquista da Nuova Beverà srl il compendio immobiliare dell’ex Teatro Cressoni: il progetto di ristrutturazione prevede il restyling dei muri perimetrali e la realizzazione di appartamenti privati.

L’edificio si trova in un’area "a rischio archeologico", e di conseguenza la proprietà acquisisce dalla Sovrintendenza per i beni archeologici della Lombardia un parere preventivo, che conferma che il palazzo del centro storico del capoluogo lariano "è ubicato in zona a rischio di ritrovamenti archeologici tanto di età romana che di età medievale"; di conseguenza, viene prescritto che "tutte le opere di scavo dovranno avvenire con controllo di operatore archeologico".

E così fanno i responsabili della srl, affidando a una società specializzata. Il 5 settembre 2018, ecco spuntare l’inatteso tesoro: una brocca in pietra ollare piena di mille monete d’oro di epoca romana e tre anelli, una pepita e un lingottino dello stesso materiale, seppellita lì secondo gli esperti nella seconda metà del V secolo dopo Cristo. "Per me questo è un caso più che eccezionale, è epocale, uno di quelli che segna il percorso della storia – afferma l’allora ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’eccezionale ritrovamento –. È un messaggio che ci arriva dai nostri antenati".

Le prime analisi fanno emergere monete "degli imperatori Onorio, Valentiniano III, Leone Primo, Artemio e Lidio Severo", spiega all’epoca l’esperta di numismatica Grazia Facchinetti, che al Tesoro di Como dedicherà un intero volume. Meno di tre anni dopo, però, la questione diventa anche materia per avvocati. Sì, perché il 9 marzo 2021 il Ministero determina l’entità del premio da corrispondere a Officine Immobiliari per aver ritrovato le monete: 369.041,36 euro, cioè il 9,25% del valore stimato di 3,89 milioni di euro.

La società non ci sta e presenta ricorso al Tar, sostenendo che il Codice dei Beni culturali (decreto legislativo 42 del 2004) dispone all’articolo 92 che il riconoscimento ai proprietari dell’immobile o agli scopritori fortuiti deve essere pari a un quarto del valore (e alla metà se lo scopritore è anche concessionario dell’attività di ricerca).

Il 30 maggio 2022, i giudici del Tribunale amministrativo respingono in toto le istanze di Officine Immobiliari, sostenendo che non è mai stato adottato un provvedimento formale di concessione e aggiungendo che non è neppure chiaro a chi debba essere attribuita la paternità del ritrovamento (se alla srl committente, alla società specializzata in scavi archeologici o a quella che ha materialmente effettuato gli scavi). Conclusione: il prezzo è corretto.

Ora il ribaltone del Consiglio di Stato. Per il collegio presieduto da Giancarlo Montedoro, "una volta correttamente esclusa la qualifica di concessionario, non può parimenti escludersi anche quella di scopritore". Del resto, si legge nelle motivazioni del verdetto, "riconosciuto che le attività di scavo erano state svolte direttamente dalla proprietaria, seppur attraverso la materiale esecuzione da parte di soggetti e macchinari incaricati, il conseguente ritrovamento non può che imputarsi direttamente alla stessa società, titolare del bene e delle attività in essere". Non basta. Alla ricompensa non deve essere applicata la ritenuta alla fonte a titolo di imposta (pari al 25%), considerato che "non si tratta di un premio per una vincita rimessa alla sorte, ma di un ristoro per un’attività svolta nello stesso interesse pubblico".