Sandrini rapito in Siria. “La conversione all’Islam mi ha dato la forza di cambiare”

Il bresciano dal 2016 al 2019 nelle mani degli jihadisti. Poi la liberazione, i sospetti e il processo. “Oggi sono un uomo migliore”

Alessandro Sandrini oggi ha 38 anni e ha trovato lavoro come operaio metalmeccanico

Alessandro Sandrini oggi ha 38 anni e ha trovato lavoro come operaio metalmeccanico

Brescia, 18 dicembre 2023 – Dall’inferno alla rinascita. Dalla fine del mondo a una nuova dimensione, che ha spazzato via il passato. Alessandro Sandrini, operaio 38enne di Brescia, ha trascorso 957 giorni in Siria, prigioniero degli jihadisti. Fu rapito nell’ottobre 2016 durante un viaggio ad Adana, in Turchia, e rilasciato grazie alla mediazione dello Stato il 23 maggio 2019.

L'ultima immagine nota di Sandrini
L'ultima immagine nota di Sandrini

"Oggi sono un uomo nuovo – dice –. La disavventura che mi è capitata mi ha cambiato. Ho scoperto la fede (si è convertito all’Islam, ndr), ho trovato un lavoro (a novembre 2019 un’azienda lo ha assunto come metalmeccanico), ho affittato una casa. Ora vivo con rispetto e rettitudine".

La sua è una storia incredibile, con un prima e un poi. Il prima è segnato dalla tossicodipendenza e parecchi guai con la giustizia. Il dopo da forza d’animo, impegno, equilibrio. Lo stesso che gli fa dire: "Il mio incubo non è stato nulla rispetto all’immensa tragedia che vivono i popoli oppressi. Non condanno i miei carcerieri, chi sono io per giudicare? Dal negativo ho preso tutto il buono possibile. Non covo rancori, sostanze tossiche che si annidano nel cervello annebbiandolo e limitandolo".

Il processo

Una storia peraltro costellata da difficoltà su tutti i fronti. Una volta rientrato in Italia Sandrini è finito a processo nella doppia veste di imputato e parte civile. La Procura infatti ritiene che quel sequestro fosse stato in origine inscenato da lui stesso insieme ad alcuni complici che lo avrebbero indotto a recarsi all’estero e che all’ultimo, per vantaggi economici gli voltarono le spalle, consegnandolo ad Al Quaeda. Qualcosa di simile per gli inquirenti capitò a un altro bresciano, il 63enne ex imprenditore di Marone Sergio Zanotti, che nell’aprile 2016 si ritrovò in Siria alla mercè dei talebani Jund Al Aqsa, e fu rilasciato solo il 5 aprile 2019. Sandrini è uscito dal procedimento penale perché le accuse - tentata truffa e simulazione di reato - sono prescritte. Stessa sorte hanno avuto i suoi presunti ex soci, l’albanese 43enne Fredi Frokkaj, di Flero, il connazionale Olsi Mitraj, 42 anni, di Gussago, e Alberto Zanini, 55enne di Mazzano, che però erano accusati anche di sequestro di persona a scopo sovversivo. Per il primo il pm della Dda Francesco Carlo Milanesi aveva chiesto una condanna a 17 anni e 4 mesi, per gli altri 11 anni e un mese. Ma al termine del processo in abbreviato il 13 dicembre i tre sono stati assolti con formula piena.

Delle vicende giudiziarie Sandrini non parla: "Lo farò a tempo debito, quando il caso sarà chiuso". La posizione di un altro imputato, infatti, non è ancora definita. Qualche sassolino dalla scarpa però di fronte a "supposizioni" o "tesi riportate in aula" intende toglierselo. Inizia a parlare delle sue condizioni fisiche, definite da qualcuno "ottimali" al rientro in Italia: "Ero gonfio e sofferente per la ritenzione idrica causata da un’alimentazione a base di farinacei, centrali nella cucina jihadista del Turkistan e dall’impossibilità di muovermi. Nel giugno 2019 mi è stata riscontrata l’epatite C, poi curata con successo. E mi ci è voluto molto per riprendermi. Ho tutti i documenti che lo dimostrano".

La prigionia

La mente va a quei 957 giorni," in celle senza acqua corrente e senza luce, con grate al posto delle finestre, rigorosamente rivolte verso il basso per non permettere al prigioniero di vedere il cielo, tra topi e scarafaggi, mentre dall’esterno proveniva il frastuono delle bombe". Giornate e nottate tutte uguali, trascorse osservando mosche e riflettendo su di sé, e sulla vita. A chi sospetta che anche il sequestro sia stata una messinscena ribatte: "Sono stato trattenuto in Siria contro la mia volontà. Sono stato consegnato ad Al Quaeda nell’ottobre 2016, il 5 ero già in terra siriana, nelle mani dei carcerieri benché il primo contatto telefonico con mia madre risalga al 19 ottobre 2017. La mia conversione all’Islam, il 30 marzo 2017, ne è una prova. Un percorso di conversione è possibile solo con un stretto contatto con gruppi jihadisti".

Furono i carcerieri un giorno a portargli in cella il Corano tradotto in italiano su fogli A4. "Chiesi un quaderno per prendere appunti e una penna. Li numerai tutti. Piano piano ho scoperto i veri valori, quello della famiglia per esempio. Valori che non si discostano poi molto da quelli del cristianesimo. Ma anche l’importanza delle difficoltà. Nessun uomo può dire di credere se non viene messo alla prova, dice Allah. E io concordo".

La nuova fede

La fede lo ha aiutato nei momenti più duri. Per esempio quando i guerriglieri, con i quali era all’inizio impossibile comunicare ("ma poi ho imparato l’arabo"), lo spostavano per eseguire video e telefonate, in tenuta da guerra, armati di kalashnikov, con grande tranquillità e sicurezza indicative di pieno controllo del governatorato di Idlib. "Violenze fisiche non ne non ho mai ricevute. Ma minacce e forti pressioni psicologiche, sì. Ricordo quando volevano che piangessi nei video da inviare ai miei genitori. Io mi rifiutavo, e per ripicca mi tolsero il sapone, lo spazzolino, il dentifricio e lo zucchero". Riabituarsi alla vita da persona libera è stata un’impresa. "Ho dovuto seguire un percorso di supporto psicologico. Dormire con la luce accesa per scacciare i fantasmi. Ma senza il mio passato non sarei chi sono adesso".