Sana Cheema uccisa per il no al matrimonio combinato, i testi dell’accusa in videocollegamento: ecco perché non verranno in Italia

Brescia, la decisione dei giudici per motivi di “gentilezza istituzionale” nei riguardi delle autorità pakistane, che hanno già processato e assolto padre e fratello della vittima, attuali imputati dell’omicidio

Mustafa Cheema e la figlia Sana
Mustafa Cheema e la figlia Sana

Il viaggio in Pakistan si farà, ma non subito. Prima saranno sentiti i testi dell’accusa in videoconferenza, collegati dalla sede dall’ambasciata italiana a Islamabad. Sono le ultime decisioni della Corte d’assise nell’ambito del processo per la morte di Sana Cheema, la 25enne italo-pakistana cresciuta a Brescia che la Procura generale ritiene giustiziata nel Paese d’origine dal padre Mustafa, 55 anni, cittadino italiano come la figlia, e dal fratello maggiore Adnan, 35enne, per aver rifiutato un matrimonio combinato. Era il 18 aprile 2018.

Ieri i giudici – presidente, Roberto Spanò – hanno deciso che per questioni di “gentilezza istituzionale“ nei riguardi delle autorità pakistane – che peraltro già processarono e assolsero per insufficienza di prove gli attuali imputati dell’omicidio – la trasferta sarà appunto preceduta dall’escussione di quattro funzionari di polizia in videcollegamento dalla capitale pakistana il 6 marzo dell’anno prossimo. La Corte ha poi confermato l’intenzione di effettuare un sopralluogo laggiù per vedere fisicamente il luogo dove fu sepolta Sana, oltre a incontrare persone e raccogliere testimonianze. Padre e figlio, che non hanno mai messo piede in Tribunale a Brescia, davanti ai giudici del Punjab negarono gli addebiti.

Sana il giorno prima di rientrare in Italia dopo una permanenza in Pakistan di tre mesi fu stroncata da un misterioso malore, questa la versione condivisa da tutti i familiari. A corroborarla, anche un’autopsia che inizialmente sembrava non avere evidenziato i segni di una morte violenta, ma secondo l’accusa l’atto fu manipolato: l’esito reale dell’esame autoptico acquisito dalla Procura generale infatti individuò una frattura dell’osso del collo dovuta ad asfissia meccanica. Sana insomma fu strangolata.

Tra maggio e giugno del 2018 un’intraprendente giornalista della tivù pakistana intervistò sia il padre sia il fratello. Questi per tre volte in altrettanti video – ora agli atti del procedimento italiano – confessò l’omicidio della sorella. Nei primi due filmati Adnan rivelò di aver fatto tutto da solo, in un terzo video invece coinvolse anche il genitore. Gli imputati nei giorni scorsi hanno peraltro revocato il mandato difensivo al loro avvocato, Klodjan Kolaj, con il quale si sarebbe "interrotto il rapporto fiduciario". Ad assisterli ora ci sono due difensori d’ufficio, che avranno tempo fino al 6 marzo per studiare il fascicolo.