Omicidio Sana Cheema, il processo della paura: “Non dite il mio nome, se no mi ammazzano”

I testimoni chiedono l’anonimato durante il dibattimento per la morte della ragazza cresciuta a Brescia e morta in Pakistan, per la quale sono imputati il padre e il fratello

Mustafa Cheema e la figlia Sana

Mustafa Cheema e la figlia Sana

Brescia – “Non mettete il mio nome, temo per la mia vita, è un attimo che se torno in Pakistan mi fanno fuori. Se hanno ucciso la figlia possono uccidere anche me. Sono molto potenti". Parole choc pronunciate ieri in Assise, dove è in corso il processo per la morte di Sana Cheema, la 25enne italo-pakistana cresciuta a Brescia che la Procura generale ritiene strangolata in Pakistan dal padre, Mustafa Cheema, 54 anni, e dal fratello maggiore, Adnan, 34, perché rifiutava di soggiacere al diktat delle nozze combinate dal clan. Era il 18 aprile 2018.

Testimoni terrorizzati

Ieri davanti alla Corte presieduta dal giudice Roberto Spanò sono sfilati amici, conoscenti e vicini di casa a Brescia dei Cheema, mai più rientrati in Italia e imputati di omicidio politico dopo l’assoluzione per “insufficienza di prove“ nel Paese d’origine. Ben due testi hanno chiesto l’anonimato: "Non mettete il mio nome, se torno in Pakistan mi ammazzano, lo so come funziona là", hanno ripetuto entrambi.

“Colpita con un mattarello”

“So che Sana aveva delle discussioni con il padre per ragioni famigliari - ha raccontato un collega dell’autoscuola dove la ragazza aiutava i connazionali a fare la patente - lui lamentava che uscisse troppo con gli amici, che non fosse sposata. Una volta dopo un litigio Sana era andata in ospedale, lui l’aveva colpita con un oggetto, forse un mattarello, ma lei gli voleva bene, non voleva denunciarlo. Anche il fratello Adnan le rompeva le scatole per qualsiasi cosa”.

No al matrimonio combinato

Da qualche anno Sana aveva un fidanzato pakistano di Brescia, ma la storia finì: “La famiglia di lui la riteneva troppo aperta e occidentale - ha proseguito l’amico - Nel gennaio 2018 mi disse che doveva andare in Pakistan per sposarsi. Voleva raggiungere la madre perché era nata la figlia della sorella, la quale si era sposata con un cugino di primo grado, glielo avevano imposto. Il padre è un potente, conosciuto in ambito governativo. Dove vivono loro l’onore è più importante della vita. I genitori avevano individuato 4 o 5 uomini da presentare a Sana, volevano sposasse uno della casta, ma lei era convinta che se il futuro marito non le fosse piaciuto sarebbe tornata in Italia”.

Il vicino: “Moderna, non trasgressiva”

E Paolo Facchinetti, un vicino di pianerottolo: "Sana era moderna ma non trasgressiva, i famigliari più tradizionali, ma non li ho mai sentiti litigare. Mi stupì il viaggio in Pakistan". Il padre raggiunse la figlia una settimana prima dell’omicidio. "Lo incontrai sulle scale, spiegò che Sana doveva sposarsi là, ma io sapevo che lei voleva un fidanzato italiano. Mi stupì ancora di più".