La foto del coronavirus nel rene
La foto del coronavirus nel rene

Bergamo, 8 maggio 2020 - Il Sars-CoV-2 è stato fotografato nel rene, prima volta in Europa, all’istituto Mario Negri di Bergamo. Le dimensioni giuste, l’inconfondibile corona: impossibile sbagliarsi. È una scoperta fondamentale nel rincorrersi degli studi sul nuovo coronavirus. "C’è stato un entusiamo enorme", conferma Ariela Benigni, che del Mario Negri è coordinatore delle ricerche per Bergamo e Ranica. Grazie allo studio - primo autore, Mauro Abbate, patologo dell’Istituto insieme ad Andrea Gianatti, anatomopatologo del Papa Giovanni XXIII - si è scoperto che "i danni ai reni, al fegato, al cuore, al cervello, che si ritenevano conseguenza del malfunzionamento dei polmoni, del ridotto apporto di ossigeno, sono invece causa diretta del virus".

Come nei polmoni, anche nel rene il virus "danneggia la superficie dei vasi sanguigni, facendo staccare le cellule, creando dei forellini", spiega Benigni. Il sangue coagula per ripararli e si crea l’infiammazione, con la risposta del sistema immunitario. "Questo accade in particolare nel filtro renale, le cui maglie si allargano lasciando passare le proteine nelle urine". Non è un caso che il 30, 40 per cento dei pazienti gravi accusi anche insufficienza renale. "Una persona intubata che debba essere anche dializzata comporta un grosso problema". Grazie a questa scoperta sarà possibile modulare la risposta alla malattia anche con terapie che proteggono il rene. Ma la ricerca va avanti: "Dobbiamo capire quali sono esattamente i danni alle cellule. E poi, come entra il virus? Perché in alcuni casi fa più danni e in altri meno? Abbiamo fatto moltissimo in pochi mesi ma non ci fermiamo. Spero che l’interesse della società per la ricerca resti alto come ora anche in futuro".