Il carcere di via Gleno
Il carcere di via Gleno

Bergamo, 22 novembre 2019 - Nonostante avesse subito abusi dal patrigno, non si è data per vinta: a dispetto della sua giovanissima età, 15 anni, ha trovato la forza per reagire con caparbietà, mettendo in atto una strategia per riuscire a incastrare il bruto, un 41enne, che ora si trova nel carcere di via Gleno con la pesante accusa di violenza sessuale. Peccato che nemmeno la mamma le avesse creduto.

I fatti sono avvenuti in un comune della Bassa Bergamasca. La ragazzina già due anni fa aveva subito lo stesso “trattamento“. Anche all’epoca aveva sporto denuncia contro il patrigno. Il pm, a cui era stato affidato il caso, aveva sottoposto la 15enne all’esame di una consulente esperta del settore, una neuropsichiatra infantile torinese. Il racconto fatto dalla ragazzina, però, viene ritenuto poco credibile: caso archiviato.

Trascorrono due anni. L’adolescente, che vive con la madre e una sorella di pochi anni (che la mamma ha avuto dal compagno 41enne arrestato), sembra aver dimenticato quel brutto episodio. A giugno, però, il bruto si ripresenta di nuovo. Il volto è sempre quello del patrigno. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, quel giorno nell’abitazione c’erano solo lei, la sorellina piccola e il patrigno. Ad un certo punto l’uomo inizia a fare pressioni sulla 15enne, il contenuto è a sfondo sessuale.

Lui insiste con le avances che con il passare dei minuti si fanno sempre più insistenti e mirate. A un certo punto, rotti i freni inibitori, costringe la ragazzina a spogliarsi, mentre la bambina più piccola sta giocando tranquilla, serena tra gli affetti del papà e della sorella maggiore. La quindicenne in quel momento ha tra le mani un ipad, è in silenzioso. Quindi decide di fare degli scatti che riprendono l’arrestato su di lei. Foto che sono già una prima prova per incastrare il bruto. Secondo elemento importante: dopo la fine dell’aggressione, la ragazzina va dritta in bagno, prende dei cotton fioc per raccogliere delle prove. A quel punto, le rimane una terza cosa da fare, la più importante: andare dai carabinieri per fare denuncia.

Dice al patrigno che deve vedere un’amica, e si fa accompagnare in auto. Poi corre in caserma e racconta tutto. I militari avvertono il pm di turno. Il problema è quello di evitare di far tornare a casa la ragazzina. Quindi si concorda un ricovero all’ospedale per un malore, dove la quindicenne sta per qualche giorno. La ragazzina racconta l’accaduto anche alla mamma, che però è restia a crederle. Intanto il fascicolo va avanti e il sostituto chiede l’arresto dell’uomo, ma il giudice delle indagini preliminari ritiene che non sussistano gli elementi. Il racconto della ragazzina non viene creduto fino in fondo, si profila anche il sospetto di una macchinazione.

Il pm ricorre al Riesame. Nel ricorso viene sottolineato come quegli scatti, oltre a immortalare l’uomo, in parte hanno ripreso anche lei. Un particolare è inconfondibile: si tratta di un braccialetto. Inoltre anche il colore delle unghie sarebbe una conferma. In appello il racconto viene tenuto in considerazione ritenendolo affidabile. Il difensore del 41enne impugna, ma la Cassazione dà ragione al sostituto: l’uomo deve andare in carcere. La ragazzina, la sorellina e la mamma ora vivono in una comunità protetta.