La vittima Zinaida Solonari, 36 anni, con Maurizio Quattrocchi
La vittima Zinaida Solonari, 36 anni, con Maurizio Quattrocchi

Bergamo - «Lettera di pentimento e di scuse a tutte le persone che ho coinvolto in questa triste vicenda. Mi chiamo Maurizio Quattrocchi, mi trovo in carcere per avere commesso la cosa più brutta che si possa fare, aver tolto la vita a mia moglie, la mamma dei miei tre meravigliosi figli». Inizia così la lettera d’addio lasciata da Maurizio Quattrocchi, 48 anni, muratore, che settimana scorsa si è suicidato in una cella del carcere. Si è tolto la vita nella notte fra giovedì e venerdì, all’indomani dell’ultima udienza durante la quale erano state rievocate le fasi del delitto della moglie Zinaida Solonari, 36 anni, origini moldave, uccisa a coltellate nella notte del 6 ottobre 2019 a Cologno al Serio. Ieri mattina la Corte d’assise (presidente Giovanni Petillo) ha dichiarato concluso il procedimento.

Nel corso dell’udienza, l’avvocato Gianfranco Ceci, che ha assistito l’imputato, ha letto passi della lettera lasciata dal suo cliente. Una lettera che è allo stesso tempo un’ammissione di colpa e una richiesta di scuse. Scritta in due fogli e mezzo (come se fosse un tema scolastico) Quattrocchi nella lettera chiede scusa per il suo gesto. «Non c’è un solo giorno che non penso a quello che ho fatto, cosa possa avermi spinto a fare quel brutto gesto. Fino a poco tempo fa ero il papà più felice del mondo. Adesso mi ritrovo a piangere tutti i giorni, mi rendo conto che ho sbagliato. Ho sempre amato la mia famiglia, ho sempre fatto che può fare un papà, ho sempre lavorato, anche il sabato e la domenica, quando mi era possibile». Quattrocchi rivolge spesso il pensiero ai figli, che «per colpa mia si ritrovano senza una mamma e un papà. Tutti i santi giorni prima di uscire di casa ringraziavo Dio per quello che avevo. Adesso sono un uomo distrutto, sono lontano dai miei amati figli, non c’è più brutta cosa. Ho il dovere di chiedere le mie sincere scuse». 

Cerca, poi, di dare una spiegazione al perché lo ha portato a commettere il delitto: «Amavo tanto mia moglie, ho fatto di tutto per lei ma per colpa della gelosia, la paura di perderla, la paura di perdere i miei figli, ho sbagliato. Non ero più io, non capivo più niente. Sono consapevole che quello che per quello che ho fatto non c’è nessuna giustificazione». Infine l’ultimo pensiero ai figli: «Prego Dio che un giorno potrò riabbracciare i miei figli».