Il fenomeno dei migranti climatici: "Status di rifugiati ancora difficile"

Nelle foto della bresciana Paula Jesus il dramma dei bambini pakistani

Il fenomeno dei migranti climatici: "Status di rifugiati ancora difficile"

Il fenomeno dei migranti climatici: "Status di rifugiati ancora difficile"

"I bambini qui mangiano i resti dell’umanità. Prendono quel che trovano nelle discariche, succhiano i liquidi che rimangono dai cibi consumati dal tempo o mordono i resti delle carcasse di pollo. I loro giochi sono pezzi di polistirolo o vecchi pneumatici". Un racconto che sembra descrivere la discesa in un girone dantesco quello di Paula Jesus, documentarista sociale, fotografa e video-maker residente a Brescia, che ha trascorso settembre in Pakistan, tra Karachi, Lahore, Islamabad, Hyderabad, Badil, Gilgit-Baltistan, Hunza, per documentare quello che è all’origine di uno dei più importanti flussi migratori che interessa Brescia, la Lombardia e l’ Europa.

Le foto, che saranno probabilmente protagoniste di una mostra (“Inhuman for human“ il titolo emblematico), mostrano il verde fluorescente dei liquami che irrompe violentemente nei panorami urbani, periferici e rurali, mentre i più piccoli si districano tra motorini fumanti, binari ferroviari e fogne all’aperto. "L’aumento degli eventi meteorologici estremi, come il monsone di questa primavera, ha causato devastazioni su larga scala, danneggiando terreni agricoli e infrastrutture. La povertà crescente a causa di queste crisi ambientali spinge le persone a cercare opportunità migliori altrove, ma i migranti climatici non sono quasi mai consapevoli delle cause del loro disagio, perché vedono tali eventi come catastrofi naturali anziché come risultati dei cambiamenti climatici globali. Questa non consapevolezza può rendere difficile per loro ottenere lo status di rifugiati". Nel lungo viaggio, i bambini sono stati per Jesus quasi degli angeli custodi, tra discariche e baraccopol.

"Conoscono le regole della strada più di loro stessi. Lungo le ferrovie pakistane si trovano spesso insediamenti simili a case, tra cui baracche fatte con coperte o canne di bambù. Ad avvicinarsi per primi erano sempre i bambini, prima uno, poi all’improvviso venti, quaranta, sessanta! Ad Hyderabad mi hanno spiegato la ragione di così tanto entusiasmo: mai nessuno, nemmeno i pakistani stessi, erano mai scesi lungo le ferrovie. Mai nessuno al di fuori di loro stessi aveva stretto le mani a quei piccoli". Federica Pacella