Cento anni fa il disastro della diga del Gleno. “Il Vajont è una tragedia italiana. Noi siamo stati dimenticati”

Il 1° dicembre 1923 ci fu il cedimento dell’opera “orgoglio” del territorio della Val di Scalve: interi paesi furono travolti dal fiume di detriti, 359 le vittime. Oggi il ricordo

Cent’anni di dolore. Un secolo è trascorso dal disastro della diga del Gleno, la tragedia collettiva che il 1° dicembre del 1923 costò la vita ad almeno 359 persone, il numero delle vittime accertate, travolte da sei milioni di metri cubi di acqua che si riversarono nella valle del Povo, con un impeto pauroso. Un disastro. Il disastro del Gleno. Doveva essere l’orgoglio della Val di Scalve, la diga del Gleno. Eppure in molti, tra la gente del posto, la guardavano con sospetto. Perché se tocchi la montagna, se cancelli con un lago artificiale i pascoli di Pian del Gleno, non sai come può risponderti, la montagna. Soprattutto se lavori in fretta e furia, cambi progetto e finisci i lavori prima che il progetto venga autorizzato. Soprattutto se da quel gigante di calcestruzzo armato e altri materiali, appena riempito l’invaso, cominciano a notarsi infiltrazioni, perdite d’acqua. La diga venne inaugurata nell’ottobre del 1923 dopo un cantiere tormentato, e subito messa alla prova, durissima, da una serie di piogge senza fine.

L’acqua che saliva, fin su al culmine, stremando quella struttura che pareva sì possente e all’avanguardia, una specie di sfida alle tecniche di costruzione dell’epoca. Ma invece era fragile dentro e fuori, e quando l’acqua si arrampicò fino al culmine, sfondò tutto. Calcina al posto del cemento, uno sbarramento “a gravità" alterato e poi coronato da archi, con una costruzione ibrida, mal raccordata. E poi, il cedimento del piede, dove l’opera poggiava, e il crollo. Istantaneo. Il torrente Dezzo sparì dentro quella massa informe di rocce, ruderi, alberi, uomini e donne trascinati a valle. L’acqua distrusse una parte del paese di Bueggio, cancellò il paese di Dezzo e si incanalò nella strettoia della via Mala per riversarsi anche in provincia di Brescia, nella Valle Camonica e infine nel lago d’Iseo. Una “Terrificante catastrofe nelle Alpi bergamasche”, titolò “il Secolo” l’indomani. Oggi la diga del Gleno, su cui lo squarcio è ancora aperto, è meta di numerosi escursionisti. Alcuni si fermano davanti alla piccola stele che ricorda il crollo. Un cartellone spiega l’accaduto con un collage di fotografie ormai sbiadite dal tempo.

La diga di Gleno cent'anni fa e oggi
La diga di Gleno cent'anni fa e oggi

Bergamo – Una tragedia che è ancora troppo poco condivisa. Il Vajont, per l’enorme numero delle vittime e per l’opera di divulgazione portata avanti da trent’anni da Marco Paolini, è diventato una tragedia di tutto il Paese. Il Gleno è rimasto la tragedia di questi paesini della Val di Scalve, e di quelli della Val Camonica, distrutti e ricostruiti col lavoro e col silenzio, quasi nel pudore del proprio dolore. Per questo il Comitato per il Centenario, nato per commemorare le vittime di questa tragedia, si è impegnato per mantenere la memoria di quello che era successo e diffonderla.

Gabriele Bettineschi
Gabriele Bettineschi

"Per noi scalvini - spiega Gabriele Bettineschi, presidente della Comunità montana Valle di Scalve e sindaco di Colere - è una missione raccontare questa storia. Abbiamo il dovere di ricordare chi perì quel giorno. Il disastro è ancora d’insegnamento per comprendere quanto sia importante la cura del territorio. Ognuno di noi deve ritenersi investito della missione di far conoscere la storia del Gleno, a partire dal passaparola". "Il nostro impegno - sottolinea invece Stefano Albrici, presidente del Comitato per il centenario del Gleno - è stato cercare di arricchire di tante sensibilità il ricordo del disastro, che per troppo tempo è rimasto un semplice atto privato. Oggi, 1° dicembre, da quello schianto saranno passati 36.525 giorni. Cent’anni che non sono bastati per rendere questa tragedia una storia di tutto il Paese. Un dolore si lenisce quanto più è condiviso. Questo, invece, è rimasto un dolore profondo che una sola valle, la Valle di Scalve, ha condiviso con la Val Camonica, altrettanto colpita dal disastro".

Stefano Albrici
Stefano Albrici

Recentemente una delegazione del Comitato è stata a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, per far sì che di Gleno si riesca finalmente a parlare anche oltre i nostri confini. "È stato - ricorda Albrici - un tributo di amorevole memoria a tutte le persone che hanno trovato la morte il 1° dicembre del 1923". Intanto si avviano alla conclusione gli eventi organizzati per il centenario del disastro. Ieri nel pomeriggio si è inaugurato il progetto di illuminazione della diga e sui ruderi è stato apposto lo “Scudo Blu”, simbolo internazionale della protezione dei beni culturali dai rischi di conflitti. Oggi, invece, insieme all’inaugurazione del Memoriale in ricordo della vittime ad Angolo Terme si distenderà il “Percorso della memoria”,che toccherà i paesi bergamaschi e bresciani coinvolti dal disastro.