Milano, 3 gennaio 2018 - Il cantiere del Duomo era fermo al palo, correva l’anno 1391. Fu un matematicus expertus in artis geometriae, al secolo Gabriele Scovaloca, a risolvere l’enigma. A raccontare la storia dimenticata del matematico è Giuseppe Valentini, nelle pagine di “Il Duomo di Milano - L’ultima delle grandi cattedrali gotiche”, edito da Lindau. «La sua figura, di cui si conosce poco, è già stata presentata da alcuni storici come Erwin Panofsky che ha decifrato la lettera che contiene il calcolo matematico medievale – ricorda Valentini – ma c’è chi tende a emarginarla. E invece il contributo del Gabriele è stato determinante».

Il mtematicvo, che «spicca nella folla irrequieta dei maestri e degli ingegneri del Duomo», fu chiamato in un momento di impasse: «Il duca Galeazzo aveva imposto l’uso del marmo, per la sua grande aspirazione a creare un regno, mentre il vescovo stava facendo costruire un grande Duomo in mattoni (come si può vedere ancora in sacrestia) – ricorda Valentini –. È il marmo a mettere in crisi tutto il sistema: non c’erano tagliatori di marmo e scalpellini a Milano e i grandi blocchi dovevano essere trasportati per 100 chilometri e sollevati. Ma a mancare erano soprattutto le misure. Il progetto c’era, abbiamo la prova provata, ma non era completo». Arrivò il marmo, arrivarono gli architetti e cominciarono le discussioni: «Il problema fondamentale era determinarne l’altezza. Occorreva un matematico», continua l’autore.

Il 24 settembre fa il suo ingresso in città Scovaloca. «Per una larghezza di 96 braccia milanesi, questa l’unità di misura che corrispondeva a 45-50 metri, dovette ricavare l’altezza. La sezione del Duomo era simile a un triangolo, applicò il Teorema di Pitagora, suddivise in triangoli e quadrilateri e diede le misure agli scalpellini». D’altronde anche oggi il carpentiere ha bisogno di misure precise e anche se non si scomoda un matematico puro non ci si può accontentare del “pressapoco”. Fu così che nell’assemblea del maggio del ’92, davanti a 40 architetti, deputati della Fabbrica e notai, il modello del maestro Scovaloca – con l’altezza di 84 braccia milanesi – venne approvato all’unanimità e il matematicus expertus in artis geometriae tornò a casa con 15 fiorini d’oro. Non male per l’epoca.

«In corso d’opera il progetto fu leggermente modificato, ma ci sta – sorride Valentini – succede sempre in base alle esigenze concrete. Le 14 braccia milanesi nella parte superiore vengono modulate in 12. Ma lo schema primario è quello». Così il Gabriele, oltre a dare i numeri, diede lo slancio ai lavori e ristabilì la concordia fra gli architetti.