Brescia, 10 settembre 2017 - Uno ha dovuto aspettare undici anni e mezzo prima di vedere concluso il suo processo davanti al tribunale amministrativo di Milano (il ricorso datato ottobre 2001 si è chiuso nel febbraio 2013) l’altro la sentenza l’ha attesa per 12 anni, dal 2000 al marzo del 2012. Entrambi per «il superamento della ragionevole durata di un processo davanti al Tar» hanno chiesto un indennizzo così come previsto dalla legge Pinto che fissa in tre anni il limite massimo della pendenza. Nel 2014 la Corte d’Appello di Brescia ha dato ragione a tutti e due, condannando lo Stato al pagamento in un caso di 9.600 euro (più altri 800 per compensi professionali) e in un altro di oltre 4.250 euro (più mille di spesse legali).

L'indennizzo non è mai arrivato, nonostante il Tar di Brescia abbia già intimato una volta, a novembre del 2016, al Ministero di saldare i conti. A marzo è scaduto il termine concesso al Ministero (avrebbe dovuto nominare un commissario ad acta per la vicenda) per liquidare il risarcimento. I due ricorrenti, uno un ex finanziere che nel 2001 aveva fatto ricorso contro le Fiamme Gialle che lo avevano degradato per una vicenda di corruzione da cui era stato prosciolto per prescrizione, l’altro una azienda del settore ricettivo di Como che aveva portato al Tar di Milano il Comune per una questione legata a un posto auto, non si sono arresi. Difesi dall’avvocato Ezio Perego si sono rivolti ancora una volta al Tar di Brescia. E per un’altra volta i giudici hanno dato ragione a chi è rimasto intrappolato nelle lungaggini della giustizia amministrativa.

«La mancanza di risorse finanziarie non può costituire un pretesto per l’Amministrazione per non onorare un debito accertato giudizialmente – ribadiscono al Ministero i giudici nelle due ordinanze del 6 settembre con cui nominano il capo di Gabinetto del ministero delle Finanze e dell’Economia nuovo commissario ad acta per il pagamento degli indennizzi -. Pertanto, se non vi sono in bilancio fondi adeguati, l’amministrazione è obbligata a operare tempestivamente le necessarie variazioni per reperire risorse sufficienti al pagamento degli indennizzi». Il Ministero, che fino a ora ha fatto le più classiche delle orecchie da mercante («il commissario nominato in precedenza è rimasto inerte», scrive il collegio nell’ordinanza), ha 30 giorni di tempo per chiudere il contenzioso. Poi dovrà pagare una penale di 10 euro al giorno.