Laura Taroni, l’infermiera di Lomazzo che lavorava al Pronto soccorso di Saronno
Laura Taroni, l’infermiera di Lomazzo che lavorava al Pronto soccorso di Saronno

Saronno (Varese), 4 dicembre 2019 - «La pena rimane fissata in quella dell’ergastolo senza isolamento che, applicata la diminuente per il rito abbreviato, si converte nella sanzione di anni trenta di reclusione». È una delle severe conclusioni delle 122 pagine della sentenza con cui, il 3 luglio, la prima Corte d’Assise d’appello di Milano ha confermato la condanna di Laura Taroni, infermiera di Lomazzo. Trent’anni, come già stabilito il primo grado dal gup di Busto Arsizio, Sara Cipolla, per gli omicidi del marito Massimo Guerra e della madre Maria Rita Clerici, con il concorso complice dell’amante Leonardo Cazzaniga, aiuto primario del pronto soccorso del presidio ospedaliero di Saronno.

Massimo Guerra ha 46 anni quando muore sul divano della sua abitazione di Lomazzo, il 30 giugno 2013. «L’imputata - scrive il presidente estensore Ivana Caputo – ha ammesso di aver avviato ai danni del marito nel 2011 terapie farmacologiche del tutto inutili per le sue condizioni di salute, la cui pericolosità è determinata dagli immediati e ricorrenti effetti di grave malessere, che hanno reso necessari vari ricoveri e hanno fatto correre alla vittima pericolo di vita». Continua sonnolenza, senso di stanchezza, tremori compongono il quadro del progressivo decadimento fisico di Guerra dal novembre 2011 alla morte, provocati da farmaci non necessari e pericolosi per l’organismo, «somministrati dalla Taroni in accordo con il suo amante Cazzaniga, allo scopo di rendere il marito inoffensivo inizialmente e poi anche per liberarsene, essendo egli un ostacolo per la relazione extramatrimoniale che coltivava». E’ stata intrapresa e portata avanti «un’attività rivolta a danneggiare progressivamente la vittima con la volontà di persistere fino a portarla alla morte o quantomeno a costo di procurarne la morte (dolo eventuale)». L’aggravante della premeditazione emerge proprio dalla «persistenza del proposito criminoso per un tempo particolarmente lungo».

Per i giudici milanesi anche l’omicidio di Maria Rita Clerici è premeditato. La madre della Taroni non gradiva Cazzaniga, disapprovava la sua relazione con Laura, aveva litigi con lui. Cessa di vivere il 4 gennaio 2014, a 61 anni, in casa della figlia. Per questo omicidio esiste «una vera e propria confessione» della Taroni che negli interrogatori «ha spiegato in maniera precisa e compiuta che l’effetto morte è conseguito alla somministrazione di un farmaco portato appositamente a casa sua dal Cazzaniga, che lo ha iniettato con il suo consenso o comunque senza la sua opposizione». Ma non è stata una decisione improvvisa. Al contrario. La premeditazione emerge con chiara evidenza. «Non si era trattato comunque di una decisione estemporanea perché la preparazione del delitto risulta programmata da alcuni giorni avendo sia la Taroni sia Cazzaniga diffuso la notizia, tra familiari e conoscenti e colleghi di lavoro che la Clerici non stava bene, aveva la febbre alta e forse la polmonite, il che non corrispondeva a verità». Il malessere giunge improvviso, l’aggravamento delle condizioni è progressivo fino al coma e al decesso, «senza che nelle ore trascorse la Taroni o il Cazzaniga provvedessero a chiamare un’ambulanza o provvedere al suo trasporto in ospedale per opportuni accertamenti».

Il processo ha riguardato anche due medici dell’ospedale di Saronno, un dirigente, un primario. Quest’ultimo, Fabrizio Frattini, direttore del dipartimento di emergenza e urgenza, difeso dall’avvocato Gian Luigi Tizzoni, è stato pienamente assolto dall’accusa di favoreggiamento di Cazzaniga perché il fatto non costituisce reato.