La moglie e il padre del poliziotto
La moglie e il padre del poliziotto

Dubino (Sondrio), 2 febbraio 2019 - «Vogliamo che nostro figlio non sia morto per nulla e che altri non muoiano come lui». Non cercano vendetta, nemmeno un colpevole a tutti i costi e neppure soldi Gianni e Diana, il papà e la mamma di Francesco Pischedda, l’agente scelto di Nuova Olonio (Dubino) della Stradale di Bellano, che, esattamente due anni fa, nella notte tra l’1 e il 2 febbraio 2017, ad appena 28 anni d’età, ha perso la vita dopo essere precipitato per una decina di metri da un cavalcavia della Super a Colico, per inseguire un moldavo all’epoca 25enne, caduto anche lui dal ponte, che però è sopravvissuto al volo e adesso è già a piede libero.

Secondo i genitori, che vivono in Sardegna, avrebbe dovuto essere salvato pure il figlio, premiato nel 2014 con la lode, diventato papà solo nove mesi prima della sciagura. «Sono stati commessi evidenti errori di carattere organizzativo nella gestione dei soccorsi e nella valutazione delle sue condizioni», spiega l’avvocato di famiglia Vittorio Delogu.Il poliziotto è rimasto a terra quasi due ore e mezza prima di essere portato in ambulanza all’ospedale di Gravedona, dove non è stato possibile operarlo, ed è stato per questo poi necessario trasferirlo all’Alessandro Manzoni di Lecco, dove tuttavia è giunto troppo tardi ed è deceduto sotto i ferri. «È stato lo stesso perito nominato dalla Procura a stabilirlo e ad evidenziare lentezze – prosegue il legale –. Sul posto sono intervenuti i sanitari di una sola equipe medica, solo il fuggiasco è stato portato a Lecco, nonostante siano precipitati dalla medesima altezza, è stato perso troppo tempo da subito».

Le registrazioni, acquisite agli atti, tra i soccorritori del 118 e chi li coordinava dalla centrale operativa, sono drammatiche ed effettivamente paiono lasciare intendere che, chi quella sera si trovava lì, percepiva e cercava di comunicare la gravità della situazione. Eppure il pm incaricato del caso Paolo Del Grosso insiste ancora per la seconda volta di archiviare la vicenda, nonostante la prima istanza sia stata già cassata. «Non si può liquidare così, senza ulteriori approfondimenti e senza un processo la morte di un servitore dello Stato – insistono i genitori insieme all’avvocato –. Bisogna comprendere ciò che non ha funzionato, non per condannare qualcuno, ma per correggere gli errori nei soccorsi e impedire che ne siano commessi di nuovo, affinché non tocchi ad altri la stessa sorte di nostro figlio, lasciato per terra sotto la pioggia a soffrire come un cane».