L’affettività in carcere: "Un diritto non accettato"

Attesa per la decisione della Consulta, il sì avrebbe implicazioni sulle strutture. La garante Ravagnani: "C’è una visione della pena solo come punizione".

Ore di attesa per la decisione della Corte costituzionale sul diritto all’affettività in carcere, 23 anni dopo la prima proposta di riforma del regolamento penitenziario. Già 11 anni fa la Corte stessa riconobbe il diritto delle persone detenute a una vita affettiva e sessuale, ma ora ci si aspetta un passo in avanti, che possa portare a colmare una lacuna. "Una vera discussione che vada alla radice del problema non c’è mai stata, non si è neanche mai arrivati. Semplicemente non è stato previsto un diritto all’affettività, perché c’è una visione della pena solo in termini di punizione". A sottolinearlo è Luisa Ravagnani, garante dei diritti delle persone private della libertà personale per il Comune di Brescia, che conta sul suo territorio il carcere di Verziano e la vetusta casa circondariarle Nerio Fischione, tra le peggiori in Italia per sovraffollamento.

Ravagnani è tra i 200 - tra giuristi, associazioni e personalità (anche dalle Università di Milano-Bicocca, di Bergamo, Pavia, Brescia), che hanno firmato l’appello alla Corte costituzionale, per una decisione risolutiva.

"In assenza di contrarie ragioni di sicurezza, vietare al detenuto di “svolgere colloqui intimi, anche a carattere sessuale, con la persona convivente non detenuta“, senza il controllo a vista da parte del personale di custodia (imposto dall’art. 18 dell’ordinamento penitenziario), è conforme alla Costituzione e alla Cedu?", la domanda posta dall’appello. Segue l’elenco dei diritti della Costituzione italiana e della Convenzione europea per i diritti dell’uomo violati: la preclusione di relazioni sessuali in carcere, ad esempio, contraddice il divieto di trattamenti inumani e degradanti (art. 3 Cedu) e il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare (art. 8 cedu).

Se la Consulta sancisse l’incostituzionalità, si aprirebbe un capitolo importante, che implicherebbe anche una revisione delle strutture delle carceri. "Ma non è solo una questione di locali – ricorda Ravagnani – è un cambiamento culturale in toto. Per altro, quando si parla di affettività non si deve pensare solo alla sessualità, ma all’intero rapporto di famiglia, che significa creare spazi per condividere tempo con coniuge e figli. Si tratta di una questione di rispetto dei diritti del detenuto, che purtroppo fatichiamo a digerire: la pena è privazione della libertà di movimento, non di altre libertà".