DIEGO VINCENTI
Cultura e Spettacoli

Filippo Capobianco, campione del mondo di poetry slam: "Vinco la timidezza con l’ironia"

L’artista pavese porta al No’hma lo spettacolo ‘L’aurora boreale, no’: "Ho trovato la tranquillità per esibirmi a teatro, utilizzo la risata per raggiungere una sorta di impunità"

Filippo Capobianco

Filippo Capobianco

Potrebbe andarsene in giro indossando la cintura da campione del mondo. Visto che l’anno scorso se l’è guadagnata sul campo. A Parigi. Categoria: poetry slam, sfide poetiche nei più improbabili bar del pianeta. Ma per fortuna Filippo Capobianco da Pavia ha scelto un profilo più sobrio, da letterato.

E domenica lo si incontra al No’hma con ‘L’aurora boreale, no’, all’interno della Milanesiana di Elisabetta Sgarbi. Che poi a breve sarà anche sua editrice, visto che il 5 luglio uscirà ‘Le supernove non fanno rumore e tu tossisci a teatro?’, edito da Baldini+Castoldi, gruppo La Nave di Teseo. Bel momento per il poeta (e attore) pavese. Che ha appena vinto pure il FringeMI con ‘Mia mamma fa il notaio, ma anche il risotto’. E che qui compone un mosaico di repertorio dove unisce teatro e poesia, con un pizzico dei suoi studi in fisica.

Capobianco, partiamo dal tema della Milanesiana: che rapporto ha con la timidezza?

"Il palco è un posto che conosco bene. Mi ha intimorito il passaggio dal Domus Paci dell’Oratorio di Pavia, a quei teatri prestigiosi, che mai avrei sognato di frequentare. Ma in realtà ho ritrovato subito la tranquillità che mi fa sentire a casa. Mentre tutt’altra storia è la sfera personale".

Con la poetry slam le capita di affrontare l’improvvisazione?

"Su questo c’è spesso confusione. Ci sono colleghi che nelle serate indagano il free style. Ma di base le sfide sono su testi scritti. È un aspetto che invece ho ritrovato molto più nella formazione teatrale".

Quando ha iniziato con la poesia?

"Mentre studiavo fisica, cercando parallelamente di proseguire con il teatro. Un giorno ho scoperto che un locale dietro casa organizzava serate di slam, a cui poteva partecipare chiunque, era sufficiente scrivere qualcosa e lanciarsi. Andò bene e da quel momento ho lavorato sulla scrittura, allontanandomi piano piano dagli aspetti più funzionali, performativi".

Cos’è la slam?

"È un’idea nata negli anni 80 per riportare la poesia nei locali, nei pub, nei jazz club. Oggi è molto diffusa anche in Italia, con un campionato e 500 eventi all’anno. Le regole sono tre: si posono usare solo il corpo e la voce, i testi devono essere tuoi e hai al massimo tre minuti. Una giuria composta da cinque spettatori determina poi il risultato".

La frequenta ancora?

"Sì, sempre. È anche un cantiere di ricerca. Ma non partecipo più ai campionati".

Ma si può gareggiare sulla poesia?

"È una delle grandi domande. I concorsi letterari però sono sempre esistiti e qui hai la possibilità di confrontarti con un pubblico non specializzato. C’è qualcosa del gioco più che della gara".

Come sarà il libro?

"È un romanzo che racconta di una drammaturga che scrive gli universi, in un futuro particolare. Ma per farlo usa la poesia, perché altrimenti è ben difficile descrivere il cosmo. Ho cercato di far dialogare elementi forti della mia vita come il teatro, la scienza, la poesia".

Percepisce un certo snobismo dai salotti letterari?

"Per ora no, mi sono sentito accolto. Ora vedremo se le cose cambieranno con il libro. Da una parte forse un po’ spero in un confronto forte sugli argomenti. Anche perché i progetti futuri potrebbero essere molto diversi".

C’è a volte un problema legato al tentativo di ingraziarsi il pubblico?

"Se ne discute parecchio ma credo che il rischio “paraculismo“ riguardi qualsiasi pratica artistica. È una lotta quotidiana quella di raccontare ciò che si pensa e non quello che pensi il pubblico voglia sentire. Ci cadiamo tutti".

A volte l’ironia dei titoli può alimentare il fraintendimento. Foster Wallace e Mark Fisher hanno ragionato molto su come la comicità rischi di fare il giro e diventare reazionaria.

"La risata è una chiave che mi appartiene, anche a teatro. Ma che cerco di utilizzare per raggiungere una sorta di impunità che mi permetta poi di spingermi nel profondo. Sento sempre il bisogno di far ridere e far piangere, condividendo alla fine una domanda che accompagni fino a casa".