Alberto Stasi
Alberto Stasi

Garlasco (Pavia), 22 ottobre 2014 - Indagini «deviate» per negligenza, imperizia, superficialità. Episodi grotteschi, al limite del tragicomico, se non riguardassero l’omicidio di Chiara Poggi, trucidata a 26 anni, con un’arma rimasta sconosciuta (con molta probabilità un martello), nella sua villetta di Garlasco la mattina del 13 agosto del 2007, un lunedì. Ultimo anello della lunga catena: un raccoglitore con 41 foto che ritraggono Chiara e il fidanzato Alberto Stasi (da sempre unico indagato), soli e in compagnia di amici, dovrebbe comparire nel fascicolo processuale. Invece il raccoglitore, acquisito nell’autunno di sette anni fa in casa di Alberto, non si trova, così come non ce n’è traccia negli archivi della caserma dei carabinieri di Vigevano.

È uno scenario cruento, nella casa del delitto. Un paio di carabinieri lasciano sul pavimento insanguinato le impronte delle scarpe. La sera vengono apposti i sigilli al villino di via Pascoli. Uno dei due gatti di Chiara rimane chiuso all’interno, si aggira sul sangue per l’intera nottata. Non vengono prese le impronte digitali alla vittima, occorre riesumare il corpo, nel piccolo cimitero di Pieve Albignola. Il cadavere non è stato pesato, quello legato alla massa ponderale è un elemento importante per risalire all’inizio del «rigor mortis» e quindi all’ora dell’omicidio. Motivazione: non era disponibile una pesa. Vengono interpellati i genitori, il medico di famiglia e controllati jeans e vestiti.

Le scarpe di Stasi sono sequestrate diciannove ore dopo. L’auto a una settimana dall’omicidio. Rimarrà un tormentone mai risolto: come ha potuto lo studente bocconiano attraversare quello scenario senza che le sue calzature calpestassero il sangue, si sporcassero, rilasciassero qualche particella ematica, macchiando per primo il tappetino della Golf?

Il computer di Alberto rimane per un paio di settimane nella disponibilità dei carabinieri prima di essere consegnato al Ris di Parma. I periti nominati nel primo processo evidenziano che «le condotte di accesso da parte dei Carabinieri hanno determinato la sottrazione di contenuto informativo con riferimento al pc di Alberto Stasi pari al 73,8% dei files visibili (oltre 156mila) con riscontrati accessi su oltre 39mila files». Il gup Stefano Vitelli scrive che «il danno irreparabile prodotto dagli inquirenti attiene proprio all’accertamento della verità processuale».

Nessun controllo scientifico viene fatto nell’abitazione di Alberto. L’officina del padre non viene perquisita, la centralina dell’allarme finisce sotto sequestro solo più tardi.

Milano, 30 aprile 2014. Nuovo processo dopo che la Cassazione ha annullato il verdetto dell’Appello e la seconda assoluzione di Stasi. I giudici della prima Corte d’Assise d’appello dispongono che siano esaminati un corto capello castano trovato nel palmo sinistro della vittima e i margini delle unghie. È disposto il sequestro della bicicletta nera da donna della famiglia Stasi: la mattina del delitto una vicina di casa aveva scorto una bici nera da donna davanti a casa Poggi. Tutte richieste portate avanti per anni, inascoltato, dall’avvocato Gian Luigi Tizzoni, parte civile per la famiglia di Chiara. Sette anni dopo. Il capello è un reperto troppo esiguo per risultare utile. Scarso il materiale sulle unghie. Scarso e anche deteriorato dopo sette anni di permanenza in freezer.

Lunedì 20 ottobre. Il pg Laura Barbaini è protagonista dell’udienza. La rappresentante dell’accusa assegna un punto «pesante» alla difesa quando esclude «matematicamente» uno dei cavalli di battaglia della parte civile: lo scambio di pedaliere fra la bicicletta da donna della famiglia Stasi e quella da uomo di Alberto, su cui è rimasto il Dna della vittima. Per il resto è una lunga, serrata elencazione di manchevolezze e dubbi. Le 41 foto sparite. I due segni notati sull’avambraccio di Alberto nella stazione dei carabinieri, la sera di quel 13 agosto. Vennero fotografati, ma le foto non arrivarono mai all’attenzione della Procura di Vigevano. Le lesioni non furono sottoposte a un esame medico legale. Sul punto Alberto non venne sentito dal comandante della caserma, il maresciallo Francesco Marchetto. Il sottufficiale ha lasciato il servizio. Il gup di Pavia ha disposto per lui l’imputazione coatta per falsa testimonianza: aveva dichiarato che la bicicletta da donna degli Stasi era diversa da quella avvistata dalla vicina di Chiara e che quindi non poteva trattarsi della stessa. A proposito di biciclette, il pg svela l’esistenza di un’altra: da donna, colore grigio scuro o nero, regalo nel 2005 di un fornitore al padre di Alberto Stasi.