Lavdije Kruja
Lavdije Kruja

Miradolo Terme (Pavia), 15 novembre 2018 - «Mi si ghiaccia ancora il sangue quando penso a quel giorno. Mi è crollato il mondo addosso». Franco Vignati, 64 anni, ex assessore leghista di Chignolo Po, che da febbraio è in carcere con l’accusa di aver ucciso la ex Lavdije Kruja (conosciuta come Dea), la badante albanese di Miradolo di 41 anni scomparsa il 30 maggio 2016, è convinto di essere innocente. Ieri durante il processo che lo vede imputato per omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere (il corpo della donna, infatti, era riaffiorato dal Po solo l’8 giugno 2016, nove giorni dopo la scomparsa, in località Monticelli d’Ongina, nel Piacentino) ha voluto prendere la parola davanti alla Corte d’Assise di Milano per rilasciare spontanee dichiarazioni. Al banco dei testimoni ha portato due fogli con scritto un discorso che in teoria avrebbe dovuto solo leggere, seguendo un filo logico, ma che al momento del suo intervento non è riuscito a rispettare. È stato un fiume in piena per almeno mezz’ora. Ad ascoltarlo attentamente il presidente e i giudici popolari che a gennaio dovranno decidere sul suo caso. Ha raccontato del suo rapporto con Dea.

«Ci eravamo conosciuti due anni prima, nel 2014, quando ero assessore – ha detto Vignati –. Nonostante i 22 anni di differenza poi era nato un affetto. Era una donna meravigliosa, ma con un carattere particolare. Prima della sua scomparsa era precipitata in un esaurimento, non mangiava più. Aveva bisogno di soldi e cercavo di starle vicino». Vignati era subito finito nel mirino della procura di Lodi perché ultima persona a incontrare Dea la mattina della sua scomparsa, il 30 maggio 2016. Vignati avrebbe dovuto mostrare alla donna un capannone dove avrebbe potuto iniziare un nuovo lavoro. «Ho sempre dato la massima collaborazione agli inquirenti – ha aggiunto –. La mattina del 30 maggio 2016 eravamo usciti per discutere del nostro futuro e stare un po’ insieme. Le avevo anche fatto vedere dove avrebbe dovuto andare a lavorare a San Colombano al Lambro. Ci siamo fermati un minuto sul piazzale senza scendere dalla macchina. Poi eravamo andati a Orio Litta». E infatti, anche secondo l’accusa, i fatti sarebbero andati proprio così. Almeno fino alle 10.23 quando i due erano in un bar in centro a Orio Litta. Subito dopo per gli inquirenti, tra le 10.23 e le 10.48, Vignati avrebbe portato Dea in riva al Po e con un colpo alla nuca l’avrebbe uccisa e gettato il corpo nel fiume Po.

Ma l'imputato continua a negare e assicura di averla riaccompagnata a San Colombano dove la donna aveva lasciato la sua auto. «L’ultima cosa che mi aveva detto prima di scendere era di come fare con il bambino piccolo, suo figlio – ha detto Vignati –. Io aspettavo solo il divorzio da mia moglie per poi farci una vita insieme». Vignati in aula ha spiegato del suo enorme disagio quando i carabinieri l’avevano informato del ritrovamento del corpo di Dea. In quel periodo Vignati non riusciva a dormire. Era agitato e aveva iniziato a prendere ansiolitici. «Speravo che Dea fosse ancora viva – ha proseguito –. Quando era stato trovato il suo cadavere ero sconvolto. Col tempo ero arrivato all’idea di dovermi togliere la vita. Avevo grande fiducia nel lavoro degli inquirenti e cercavo di dare il massimo. Sono un esperto di armi e balistica. So bene cosa rischio se concedo una pistola e invece ho messo tutto a disposizione. Poi però mi sono trovato tutti addosso. Gli interrogatori davanti al pm accadevano di notte. Sapevo di essere intercettato al telefono e in auto. Ero terrorizzato e vivevo in uno stato di agitazione totale». «Dea quando mi è stata mostrata cadavere – ha concluso – aveva addosso dei gioielli che la mattina della scomparsa non aveva al collo. Gli aveva messi forse per compiacere a qualcuno dopo che c’eravamo salutati». Quindi ha detto: «Prego Dio che la giustizia trionfi». E prima di rientrare nella cella in aula ha fissato negli occhi il pm Emma Vittorio.