Greta Eliso dietro la maschera protettiva
Greta Eliso dietro la maschera protettiva

Pavia, 31 marzo 2020 - Venti giorni dopo la tesi, ha scelto di andare a lavorare in prima linea. Greta Eliso, 23 anni, oggi è un’infermiera del reparto di Medicina generale del San Matteo. "Essendo alle prime armi, temevo di non essere utile in reparti come Terapia intensiva o Medicina - racconta -, ma poi ho scelto di lavorare dove c’era il maggiore bisogno". Greta si è laureata il 5 marzo "con un po’ di stupore e spavento - confessa - perché credevamo che le sessioni fossero rimandate, causa chiusura degli Atenei". Dai libri alla corsia il passo è stato brevissimo: dopo l’iscrizione all’Ordine delle professioni infermieristiche sono arrivate le proposte e il 25 ha cominciato a lavorare dove aveva già fatto un tirocinio. Ma ora ci sono delle difficoltà in più.

«Non si possono vedere in faccia i colleghi, non sappiamo che viso abbiano a causa dei dispositivi di sicurezza. Ognuno di noi ha il nome e il ruolo scritto sulla tuta. Abbiamo imparato a sorriderci con gli occhi". Prima di iniziare il turno, Greta impiega almeno un quarto d’ora per indossare tutti i dispositivi di protezione che non toglie fino alla fine. «Sono fastidiosi - spiega -, ma è tutto sopportabile se si pensa alla sofferenza che vivono i pazienti chiusi in una stanza, senza la possibilità di vedere i parenti. Anche con loro comunichiamo con gli occhi o usando un tono di voce più alto per farci sentire. Purtroppo coi ritmi di lavoro non abbiamo tempo di chiacchierare con i pazienti, cerchiamo di portare loro un po’ di conforto, un sorriso con gli occhi, quando entriamo per somministrare la terapia indossando un ulteriore camice e paio di guanti. Chiedono come sta andando, se la famiglia sta bene".

Perché uno dei mali del Covid 19 è la profonda solitudine. "I più giovani effettuano videochiamate a casa - prosegue Greta Elisa -, gli anziani sono più in difficoltà con i dispositivi elettronici". E anche tra il personale c’è il pensiero della famiglia e la paura-contagi, ma il pensiero più forte è quando tutto finirà. "Allora - conclude - potremo associare un volto a quei nomi e potremo sorriderci guardandoci finalmente negli occhi".