La storia di Tekeste “Gigante” Woldu: il ciclista eritreo disse no al Re dei Re

Cresciuto ad Asmara, si costruì una bici da solo e iniziò a vincere. Corse due Olimpiadi e i Giochi panafricani. Cacciato da Hailé Selassié, in Bianza ha fatto fortuna cucendo divani

Tekeste Woldu si è conquistato da subito ammirazione e rispetto

Tekeste Woldu si è conquistato da subito ammirazione e rispetto

Lissone (Monza e Brianza) – Sempre in fuga. Quando vivi su un altopiano, le salite sono il tuo pane quotidiano. In un Paese che è un’ex colonia, alle prese con despoti e tensioni, può diventare una necessità. E allora se puoi corri. Ti costruisci una bicicletta e diventi uno scalatore, perché i 2.300 metri di altitudine di Asmara ti hanno forgiato muscoli, nervi, polmoni. E diventi tanto bravo da far strabuzzare gli occhi agli Europei, che non avevano mai visto o quasi un ciclista di colore ("nero, sono nero") staccarli regolarmente in salita.

La storia di Tekeste Woldu, classe 1945, è questa. Una storia di riscatto gentile. Sempre sorridente. Grato "a Dio e agli Italiani che con me sono sempre stati generosi. Sono cristiano copto e dico sempre che Dio, dopo aver creato gli Italiani, avrebbe dovuto fermarsi. Mi hanno dato tutto, una casa, un lavoro, una famiglia".

Partiamo dall’inizio. "Ho cominciato a correre a 15 anni. Dopo aver visto una gara ad Asmara. C’erano due italiani e un nero in fuga. Ma gli italiani continuavano a darsi il cambio. Prima tirava uno, poi l’altro". E alla fine vinsero loro. "Il nero piangeva. Era veloce ma non conosceva la tattica. Gli Italiani erano i migliori. Il ciclismo in Eritrea lo avevano portato loro. Promisi a me stesso: un giorno correrò e li batterò".

Ma Tekeste è solo. Sua madre è morta dandolo alla luce. Il padre sparito. "Mi hanno cresciuto i nonni. Contadini. Eravamo poveri”. Più grandicello, comincia a lavorare. In un’officina di biciclette. Ne rimedia una anche lui. "Una vecchia carcassa. La trasformai in una bici da corsa ma sempre carcassa era...". Tekeste sin dalle prime gare vola, in salita sull’altopiano di Asmara, stacca tutti, italiani compresi. A cui fino a quel momento aveva solo lavato e lustrato le bici. E che ora, quando lo vedono sfrecciare in salita, si stupiscono. "Ma come fai? Con quel catorcio?". E gli procurano una vera bici da corsa, il presidente di un club ciclistico italiano gliela regala. Due giorni più tardi, alla sua prima gara, Tekeste è un razzo. "Mi sembrava di essere su un jet, in salita ho dato 5 minuti al campione italiano".

La Bici Legnano diventa la sua squadra. Corre e vince fra Eritrea ed in Etiopia, di cui diventa campione. Nel 1968 viene convocato alle Olimpiadi di Città del Messico. Non sono abituati a vedere un nero in sella a una bicicletta, Tekeste fora ("non mi era mai capitato in Africa"), è costretto quattro volte a cambiare bici ma è sempre nel gruppo dei migliori e tutti imparano a rispettarlo. Il nonno di Tekeste, che è un prete copto, vorrebbe che anche seguisse la sua strada. "Invece sono scappato" ride.

Destinazione Italia. "Cercavo una squadra, la Mobili Molteni di cui avevo sentito molto parlare era il mio obiettivo ma non sapevo dove andare. Arrivai in treno a Peregallo...". In tasca non ha soldi, ma il capostazione, appassionato di ciclismo, vede lo stemma delle Olimpiadi sulla sua giacca e scopre con chi ha a che fare. "Mi portò a Villasanta, mi trovò da mangiare e un posto letto in una trattoria. Per sdebitarmi, davo una mano in cucina". Intanto cerca una squadra. Ne trova due. Una è il Pedale Monzese, con l’italiano nato in Eritrea Giovanni Massola. L’altra è la Mobili Lissone con Guido Sironi, il suo sogno.

"Il presidente, Aurelio Sironi, mi portò a casa sua e adottò come un figlio. Era il padre che non avevo mai avuto, mi trovò un lavoro come lucidatore nel suo mobilificio e una casa". Si preoccupa dei suoi polmoni, respirare vernice non fa bene a chi corre. "Diventai falegname ma anche lì c’erano le polveri e passai in tappezzeria, a fare i divani. Imparai il mestiere che faccio ancora oggi nella bottega che ho aperto". Intanto, Tekeste continua ad allenarsi duro e vince. Giro d’Italia (una tappa in Val d’Aosta), Vuelta, classiche, a livello dilettantistico gli stanno dietro in pochi. Il professionismo ormai è dietro l’angolo. Prima ha tempo di fare un’altra Olimpiade, a Monaco ‘72. Quella dell’attentato. "A 50 metri da me. Un massacro (17 morti, ndr). Avrebbero dovuto fermare la corsa”.

Tekeste ormai è una realtà. Il ciclista nero. Dall’Africa si porta dietro il soprannome “Il Gigante”. Anche in Italia ormai lo conoscono tutti. "Alle Olimpiadi di Monaco feci amicizia con Francesco Moser, mi invitava a tavola con gli italiani, dove si mangiava meglio". Tekeste è pronto a spiccare il volo, quando arriva una chiamata dall’Etiopia, che all’epoca aveva assoggettato l’Eritrea. Ci sono i Giochi Olimpici Panafricani. Tekeste è l’atleta di punta a Lagos, in Nigeria. Stravince: due Ori, individuale su strada e la cronometro a squadre. Viene portato in trionfo. "Mi mandò a chiamare il Negus, Hailé Selassié. Mi avevano promesso un premio di 25mila dollari".

E invece? "Ad Addis Abeba, Hailé Selassiè mi aggredì, mi urlò in faccia: ‘Perché non corri nel tuo Paese?’. Mi spaventò". Ma Tekeste gli tiene testa. "Gli spiegai che l’Italia era la capitale del ciclismo, si infuriò. Avrebbe potuto farmi mettere in prigione o peggio. Mi cacciò. Tornai in Brianza. E smisi di correre".

Aveva 24 anni, si innamora di una ragazza italiana, mette su famiglia e una bottega di divani. E continua a correre (e vincere), ma solo nei campionati amatoriali. Lo chiamano alle Olimpiadi di Montreal nel 1976, ma non cede. Orgoglio e prudenza. "Per anni ho avuto anche una squadra ad Asmara, mandavo le biciclette, ho fatto crescere tanti ragazzi promettenti". E adesso riposo, con una protesi al ginocchio e tanti ricordi appesi nella sua bottega assieme alle coppe di quando era il re delle fughe. I trofei, i ritagli di giornali, tante foto, una con Gianni Motta, "il mio idolo".