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29 gen 2022

Storie di Brianza: quell’ex prete che rubava nelle chiese

Condannato in contumacia nel 1972 dopo aver sottratto due candelabri a San Fruttuoso, riuscì a sparire della circolazione

dario crippa
Cronaca
RADAELLI - pintus storia Dario Crippa
Foto di archivio

Monza, 30 gennaio 2022 -  È una vicenda curiosa quella che emerge a Monza dalle pagine delle cronache locali del 1972.
Protagonista è un sacerdote, che si ritrova condannato a due anni di reclusione dal Tribunale di Monza. Il prete si chiama don Athos, nome abbastanza impegnativo, ha trentanove anni, è nativo di un paesino in provincia di Pavia e risulta sospeso “a divinis”, oltre che senza fissa dimora.
A rovinarlo sarebbe un inguaribile vizio: quello di spogliare le chiese nelle quali andava a dir messa di ogni oggetto che potesse rivestire un valore venale e, quindi, fosse rivendibile al mercato nero.
Una vicenda che ricorda quella accaduta alla fine del Settecento fra Milano e la Brianza, nella quale un altro ex sacerdote – Carlo Sala – pagò con la condanna morte (ultima eseguita su un patibolo a piazza Vetra a Milano) un analogo vizio, condito però anche da un feroce anticlericalismo, atteggiamenti da eretico e da uno spirito indomito di ribellione nei confronti dell’autorità religiosa costituita.
Nella vicenda registrata a Monza negli anni Settanta non sembra però esserci nulla di altrettanto nobile o filosofico. Atteniamoci alla cronaca. L’ultimo furto della poco onorata carriera di don Athos, la cui fedina penale sembra fosse già gravata da episodi simili, viene messo a segno nel dicembre del 1968 nella parrocchia di San Fruttuoso a Monza.
È qui che il bizzatto prete si era presentato al parroco titolare, don Paolo Colombo, spacciandosi come prevosto di un piccolo centro del Pavese, proponendo, in cambio dell’ospitalità per una notte, la propria disponibilità nonché addirittura il desiderio di celebrare una messa il giorno successivo.
Il parroco, ovviamente, aveva abboccato, vista anche la dimestichezza dimostrata dal sacerdote “itinerante” – come lui stesso si era definito – con le cose liturgiche. Don Athos aveva conquistato la sua fiducia mostrandosi come uomo assolutamente degno di fede. E così, dopo aver ospitato il finto sacerdote come pattuito, il parroco gli aveva dato appuntamento per il mattino successivo in chiesa. L’attesa si era però rivelata inutile, dato che di quel sacerdote “itinerante” non si era più avuta traccia.
E neppure di due preziosi candelabri del ‘600 che fino a poco prima avevano fatto bella mostra di sé sull’altare maggiore della chiesa parrocchiale. A don Paolo Colombo non era rimasto altro da fare che recarsi al commissariato di polizia a presentare denuncia.Messo di fronte ad alcune fotografie in possesso dalla polizia, con stupore il parroco monzese aveva riconosciuto il presunto prete a cui aveva dato asilo e che si era appena macchiati del clamoroso furto.
Il parroco era venuto così a sapete che il sacerdote in fuga era una vecchia conoscenza di caserme e posti di polizia di mezza Italia.Già da qualche settimana il suo nome compariva sui casellari giudiziari per il suo comportamento deprecabile messo in pratica in diverse chiese del Pavese. E aveva scoperto che il presunto collega si era invece “spretato” abbandonando l’abito talare e, in evidente crisi di coscienza ma con la necessità di guadagnarsi da vivere, aveva trovato un lavoro come operaio.
Rintracciato a Settimo Torinese, l’ex sacerdote aveva tentato di giustificarsi con un racconto molto dubbio di fronte alle forze dell’ordine: non era stato lui a rubare a Monza, dato che si trovava a Torino quel giorno e aveva dunque a sua detta un alibi inoppugnabile. Anzi, nel capoluogo piemontese non si trovava per caso, ma aveva voluto andarci per fare un’esperienza come (ex) prete-operaio alla Fiat a Torino, da cui però raccontava di essere stato licenziato "per divergenze sindacali".
Il racconto ripetuto al Tribunale di Monza non aveva però retto alla prova dei fatti: la testimonianza del parroco di San Fruttuoso lo aveva inchiodato alle sue menzogne e le sue pallide giustificazioni non gli avevano risparmiato alla fine la condanna a due anni.Mai scontata, però, dato che come uccel di bosco l’ex sacerdote era riuscito a darsi alla macchia prima del confronto in aula con il parroco di San Fruttuoso. Tanto è vero che la condanna era stata alla fine pronunciata in contumacia.
Non sappiamo cosa sia stato di lui, di cui non abbiamo trovato altre notizie riportate dalle cronache dell’epoca.
 

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