Palazzo del Cigno Nero, il Comune trascina in tribunale gli eredi della Moneta Caglio

Caponago, il palazzo, risalente al 1200, ha perso l’abitabilità e il suo muro è ormai pericolante. La figlia nega le accuse: "Abbiamo sistemato tutto, ora contiamo di venderlo e andarcene"

la contessa Marianna Augusta Moneta Caglio Monneret de Villard

la contessa Marianna Augusta Moneta Caglio Monneret de Villard

Alla fine, il 5 dicembre scorso, il Tribunale di Monza ha accolto una richiesta che pendeva dal 2021. Il Comune di Caponago sarà parte civile in Tribunale contro la proprietà del Palazzo Moneta Caglio. Prima udienza il 9 gennaio. Un palazzo ricco di storia, anche oscura, che si dice risalga al 1200-1300. Più volte rimaneggiato fino al secolo scorso, ormai da anni versa in condizioni disastrose. Cadente, in condizioni igieniche precarie, tanto che i vicini lamentano che di lì provenga una colonia di topi che va a infestare le case limitrofe. Ormai oggi il vecchio Palazzo Moneta Caglio è diventato oggetto di contenziosi con l’Amministrazione comunale.

La sindaca Monica Buzzini, da quando si è insediata nel 2014 alla guida del Comune di Caponago, ha scelto di affrontare di petto una situazione spinosa e sempre più intricata. "Ho deciso di non voltare più la testa da un’altra parte - spiega -. Non ce l’ho con la proprietà, ma devo tutelare la sicurezza dei miei cittadini. In particolare, il muro prospiciente via Santa Giuliana è pericolante, abbiamo chiesto alla proprietà con un’ordinanza di intervenire ma non è stato fatto nulla. Abbiamo dovuto pagarci una perizia e metterlo in sicurezza. Dopo il primissimo intervento di pulizia e disinfestazione, costatoci ventimila euro appena mi ero insediata, ci è toccato intervenire più volte. Quella dimora non ha più nemmeno l’abitabilità. È una questione di salute e di igiene pubblica".

Questo accade oggi. Prima però è doveroso raccontare cosa c’è dietro. Perché quello che sorge nel centro di Caponago sarà per sempre il palazzo del Cigno Nero, l’antica magione in cui visse fino alla data della sua morte, il 13 febbraio 2016, Marianna Augusta Moneta Caglio Monneret de Villard. Collo alla Modì, erre arrotata, elegante, controversa, era stata soprannominata il Cigno Nero negli anni Cinquanta, quando era stata protagonista del primo scandalo mediatico della storia d’Italia. Stiamo parlando della morte della ventunenne Wilma Montesi, trovata cadavere su una spiaggia di Torvajanica, forse reduce da una delle feste della gioventù bene romana. La giovanissima Marianna, a sprezzo del pericolo, aveva trovato il coraggio di parlare.

Erede di una famiglia che aveva annoverato nel proprio albero genealogico i proprietari della Zecca di Milano, notai, nobili (lei stessa era contessa e duchessa), addirittura un premio Nobel (Ernesto Teodoro Moneta Caglio), era finita sulle prime pagine di tutti i giornali per mesi. Alla fine del processo, tutti erano stati però scagionati, ma intanto un ministro si era dimesso e unica condannata si era ritrovata proprio la super-teste, il Cigno Nero appunto (per calunnia, 2 anni e 8 mesi, ma senza un giorno di prigione). Poi, piano piano, la vita era ripresa. Marianna si era laureata in Legge, si era sposata con un ingegnere, aveva avuto una figlia, con cui viveva ormai da anni nel palazzo avito a Caponago. Aveva provato qualche anno fa a far riaprire (invano) il processo Montesi per farsi restituire l’onore per una condanna ritenuta ingiusta (aveva chiesto un risarcimento da 46 milioni di euro). Il problema oggi è quel palazzo che sorge nel cuore di Caponago, ultimo custode dei segreti del Cigno Nero. "Hanno sempre voluto cacciarci di qui, già dai tempi di mia madre" si sfoga Alessandra Ricci, figlia della Contessa, avvocato penalista. "Questa era una villa di delizia - spiega - ci sono due piani da 750 metri quadrati l’uno, soffitti alti sei metri, un pavimento in cotto che risale al Seicento, boiserie in legno intarsiato e cassettoni istoriati e una torretta di 300 metri quadri…".

Negli anni la famiglia Caglio aveva tentato a più riprese di dare un futuro a una proprietà così ingombrante. Prima, la stessa Contessa aveva donato il palazzo all’Università Statale di Milano, ma non se ne era fatto nulla, tanto che l’edificio era alla fine tornato al mittente. Poi, si era provato a farne una casa di riposo; poi degli appartamenti, ma ogni volta il desiderio iniziale si scontrava con la realtà. "Non volevamo venderlo a dei palazzinari" ci aveva confidato qualche anno fa la stessa Marianna Augusta Moneta. L’ultimo tentativo era stato quello di trasformarlo in un Museo. E il “crowdfunding” lanciato per raccogliere i fondi necessari a dare concretezza al progetto era miseramente naufragato in un nulla di fatto. Ora l’ultima querelle. Spiega l’avvocata Ricci. "La parte pericolante si affaccia sulla mia proprietà ed è stata messa in sicurezza con un telo impermeabile fissato con chiodi". "Abbiamo deciso di vendere e lasciare il Palazzo, ci sono trattative in corso. Ho intenzione di andarmene da Caponago e non tornarci mai più".