Monza, 5 marzo 2018 - Una scoperta che può diventare un’arma in più contro la leucemia. Che, un domani, potrebbe permettere di usare “l’artiglieria pesante” contro le cellule malate solo nei piccoli pazienti che ne hanno davvero bisogno. Quelli a maggior rischio di ricaduta. Uno studio (sostenuto da Airc e dalla Fondazione “Benedetta è la vita”, e pubblicato sulla rivista scientifica Nature Medicine) che ha portato un gruppo di ricercatori del Centro Tettamanti di Monza e dell’università di Stanford (California) a individuare nuove particolari caratteristiche delle cellule tumorali che possono far prevedere il rischio di ricaduta dei pazienti con leucemia linfoblastica acuta sin dalla diagnosi. Si tratta del tumore più frequente in età pediatrica: rappresenta l'80% delle leucemie e circa il 25% di tutti i tumori diagnosticati entro i 14 anni. Con un'incidenza che raggiunge il picco tra i 2 e i 5 anni e poi diminuisce con l'età, fino a essere minima dopo i 29 anni (il 50% di tutti i casi viene diagnosticato entro i 29 anni).

"Oggi, nei primi tre mesi, tutti fanno lo stesso trattamento e solo dopo la verifica molecolare della cosiddetta malattia residua minima (ovvero la misura del numero di cellule malate che rimangono nel midollo osseo del piccolo paziente durante le prime fasi della terapia, ndr) è possibile stabilire l’eventuale rischio di ricaduta e personalizzare la cura», spiega Andrea Biondi, direttore della Clinica pediatrica dell’università Bicocca e direttore scientifico della Fondazione Monza e Brianza per il bambino e la mamma.

Ora, invece, grazie a un’analisi ad altissima risoluzione che permette di studiare singolarmente le cellule, i ricercatori hanno potuto identificare un preciso comportamento cellulare che sembra guidare la ricaduta. Questa osservazione, oltre a offrire nuove conoscenze sul comportamento biologico della cellula tumorale, potrebbe avere un impatto molto significativo negli attuali criteri di stratificazione del rischio e di conseguente definizione di una terapia: "Potremmo riuscire a iniziare fin da subito una terapia massiccia dove serve ma anche ridurre il “dosaggio” a chi, invece, non ne ha bisogno. Una conquista che ci permetterebbe di dare la giusta dose a seconda del tipo di malattia".

Aumentare la sopravvivenza è l’auspicio. Ma anche ridurre i potenziali effetti collaterali sulla distanza, dovuti alla terapia. Anche se negli anni il successo nella cura è molto progredito, purtroppo circa il 20% dei bambini ricade nella malattia, spesso con esito sfavorevole. Ecco perché diventa vitale lo studio della malattia residua minima, parametro fondamentale per assegnare a ogni paziente il trattamento più adeguato. Tanto che ogni anno al Centro Tettamanti arrivano i campioni di Dna dei bimbi ammalati di tutta Italia. E oggi, visti "gli ottimi risultati" raggiunti da Jolanda Sarno, ricercatrice cresciuta al Tettamanti, con il team di Stanford che ha effettuato la scoperta, "lo studio verrà validato in un numero più ampio di campioni prelevati (circa 300)" per raggiungere la conferma definitiva di essere riusciti a prendere in contropiede la malattia.