Quotidiano Nazionale logo
7 mag 2022

Delitto Vivacqua Il settimo giudizio

La Procura ricorre in Cassazione per la terza volta contro lo sconto di pena concesso agli assassini

stefania totaro
Cronaca

di Stefania Totaro

A dieci anni dal fatto e dopo sei anni di processi, l’ultimo che ha assolto i presunti mandante e intermediario per l’omicidio di Paolo Vivacqua, la Procura ancora non molla e fa scattare il settimo giudizio, il terzo davanti alla Corte di Cassazione, che è stato fissato all’1 luglio. Il “Berlusconi di Ravanusa”, rotamat siciliano trapiantato in Brianza, fu ammazzato il 14 novembre 2011 con 7 colpi di pistola nel suo ufficio di Desio. La storia infinita di questa vicenda giudiziaria ha avuto inizio il 2 dicembre 2015 con la sentenza della Corte di Assise di Monza che ha condannato a 23 anni di reclusione Diego Barba (imputato come mandante dell’assassinio insieme alla moglie della vittima Germania Biondo, assolta ormai definitivamente) e Salvino La Rocca, ritenuto intermediario tra il mandante e gli esecutori materiali del delitto, Antonino Giarrana e Antonino Radaelli, condannati all’ergastolo e già in carcere per il successivo omicidio della consuocera di Vivacqua, Franca Lojacono, accoltellata alla gola in auto nel box della sua abitazione per farsi dire dove Vivacqua teneva una grossa somma in contanti. Per due volte già la Cassazione ha rimandato indietro gli atti processuali che avevano confermato le condanne di primo grado per approfondire la vicenda identificando un movente che stia in piedi tra quello della moglie lasciata per una donna più giovane e rimasta senza soldi, finita per legarsi a un nemico di Vivacqua per vecchi dissapori con il comune intento di eliminarlo e quello della ricerca del borsone con i 5 milioni di euro ricavati dalla vendita di alcuni terreni ritenuta frutto di corruzione di pubblici ufficiali. Finché la Corte di Assise di Appello ter ha deciso di assolvere Barba e La Rocca e di togliere l’aggravante della premeditazione per Giarrana e Radaelli facendo scendere la pena a 25 anni.

Ora la Procura generale si vuole battere contro questa sentenza, sostenendo che nell’ultimo processo non sono stati correttamente valutati i tabulati telefonici dei mesi precedenti l’omicidio secondo cui le celle dei cellulari degli imputati hanno agganciato le stesse zone di quelle della vittima che, secondo l’accusa, stavano pedinando per poi passare all’azione per farlo fuori.

E ancora lo scambio di telefonate tra gli imputati il giorno dell’omicidio, che proverebbe come l’esecuzione del rotamat fosse stata programmata.

© Riproduzione riservata

Iscriviti alla newsletter.

Il modo più facile per rimanere sempre aggiornati

Hai già un account?