Patrizia Gallucci, dal cardigan alla toga: “Giocavo a fare la giudice. Poi è diventata la mia vita”

In pensione dopo 41 anni di servizio, di cui 39 a Monza: “Ho passato più tempo in tribunale che a casa, ma era un sogno fin da piccola”

Patrizia Gallucci
Patrizia Gallucci

Dopo 41 anni di servizio, di cui 39 al Tribunale di Monza, la giudice Patrizia Gallucci va in pensione. Una vita professionale tutta spesa nel settore penale, la sua. Capo ufficio giudici per le indagini preliminari, dove è stata pioniera - in materia di abusi sessuali - dell’audizione protetta delle vittime minorenni, poi presidente di sezione e di Corte di Assise, infine presidente del Tribunale in attesa della nomina dell’attuale Maria Gabriella Mariconda.

"Sembra ieri che ero in Tribunale a giurare fedeltà alla Repubblica e alle sue leggi e invece sono passati 39 anni – racconta –. Avevo 28 anni, ero piena di emozioni, speranza e orgoglio. Ero incredula di avere raggiunto il traguardo che mi ero prefissata da quando ero bambina, quando giocavo a fare il giudice con il cardigan di mia madre e mettevo un povero ragazzino nella cassetta della frutta a fare l’imputato. Quindi per me era veramente qualcosa di meraviglioso e questo entusiasmo è rimasto lo stesso fino al mio ultimo giorno di lavoro. Non è mai cambiato e la mia convinta fiducia nella giustizia ha sostenuto ogni giorno la mia carriera, ma anche la mia vita personale e familiare e mi ha permesso di affrontare e superare gli sforzi e le difficoltà che non sono mancati in questi 41 anni di professione. Dal novembre 1984, data in cui sono arrivata, fino al 31 dicembre 2023 ho vissuto in questo Tribunale e sono stati fondamentali gli incontri con colleghi, collaboratori e avvocati".

Recentemente, come presidente pro tempore, Patrizia Gallucci ha dovuto gestire "un momento non facile per l’ultima coda della pandemia e per la necessità di trovare soluzioni logistiche che consentissero di procedere ai lavori che ora sono in corso per la ristrutturazione dell’ala est del Tribunale". "Problemi che si sommavano alle annose mancanze di personale amministrativo e di magistrati e in concomitanza l’arrivo del plotone dei funzionari del processo", ha aggiunto.

Ricordando anche lo scomparso Pino Airò, "il collega che mi è sempre stato vicino con la sua competenza e la sua umanità e che ha continuato ad essere la mia pietra di paragone nella professione anche dopo che se ne è andato per sempre. È lui che mi ha insegnato l’entusiamo per l’innovazione e l’importanza del rispetto dei nostri collaboratori e ha rafforzato la mia passione per la giustizia e per le persone, anche e soprattutto quelle che dovevamo giudicare, e la speranza per questi ultimi di un’occasione di riabilitazione senza dimenticare mai l’attenzione dovuta alle vittime dei reati". E agli avvocati riconosce "la collaborazione schietta e fattiva, il dialogo sempre aperto che, pur nelle diverse prospettive, sono sempre stati ispirati alla comune volontà di rendere un buon servizio alla giustizia". "Credo di avere vissuto più tra le mura di questo Tribunale che in casa mia – conclude – e devo ringraziare la mia famiglia, quella legittima, che ha sempre capito quanto fosse importante per me il mio lavoro".