Neonato (foto di repertorio)
Neonato (foto di repertorio)

Monza, 11 luglio 2020 -  «La trasmissione del Covid da madre a figlio durante la gravidanza potrebbe essere possibile". Lo confermano "pesanti indizi" emersi da due casi al centro di uno studio italiano, condotto su 31 donne che hanno partorito tra marzo e aprile, durante il picco dell’emergenza sanitaria. Lo ha realizzato l’università Statale di Milano con l’ospedale Sacco, il Policlinico San Matteo di Pavia e il dipartimento materno-infantile della Fondazione Mbbm al San Gerardo di Monza. I risultati sono stati presentati alla conferenza sul Covid-19 nell’ambito del congresso Aids 2020. "C’è una chiara trasmissione verticale in utero ed è senz’altro vero che più la donna è sintomatica più è probabile la trasmissione. In ogni caso, i neonati sono risultati positivi, ma non ammalati".

La professoressa della Statale di Milano, Valeria Savasi, responsabile della Clinica ostetrica e ginecologica del Sacco, nel curriculum anche uno studio sulla trasmissione dell’Hiv da mamma a feto, ha coordinato il lavoro dei colleghi degli altri ospedali insieme con immunologi, anatomopatologi e microbiologi. All’attività clinica in reparto hanno affiancato quella di ricerca in particolare su pazienti con gravidanza a termine, con un’età media di 32 anni, con sintomi gravi, medi o asintomatiche: 31 in tutto, tra cui anche la moglie del paziente 1.

«Abbiamo prelevato materiale biologico nelle donne Covid positive, nei neonati e nella placenta che poi è stato inviato per la analisi appronfodite ai laboratori del Sacco", spiega la professoressa Patrizia Vergani, direttore dell’area ostetrica al San gerardo. «Il primo bimbo , nato prematuramente da una madre con una forma di Covid molto severa, è risultato positivo al tampone per 7-10 giorni: sia la placenta sia il sangue del cordone ombelicale sono risultati positivi al virus – spiega Claudio Fenizia, ricercatore della Statale –. Il secondo bambino, figlio di una mamma con pochi sintomi, è stato positivo al tampone per poche ore dopo la nascita e presentava la placenta positiva: la cosa più preoccupante è che aveva sviluppato anticorpi IgM, dunque doveva essere stato esposto direttamente al virus, probabilmente due settimane prima". Delle 31 neomamme, solo una aveva il latte positivo al virus. "Finora sapevamo dalla letteratura scientifica che c’erano stati dei casi con latte positivo, così come una placenta di un aborto positiva al virus e due neonati con anticorpi, ma il nostro studio è il primo a tracciare un quadro completo delle condizioni di mamma e bambino al momento del parto, perché oltre ai tamponi naso-faringei abbiamo raccolto il sangue materno, quello del cordone ombelicale, la placenta, il liquido amniotico, il tampone vaginale e il latte".