A rischio chiusura chiesa di Seregno
A rischio chiusura chiesa di Seregno

Seregno (Monza), 8 marzo 2017 - La legge anti-moschee della Regione fa la prima vittima. Non si tratta di un centro culturale islamico, ma della chiesa dei cattolici scismatici tradizionalisti in Brianza. Inidonea come luogo di culto, stando alla norma del Pirellone e al parere dell’Amministrazione locale di Seregno, la cappella dove la Fraternità sacerdotale San Pio X, quella fondata da monsignor Marcel François Lefebvre, dove si celebra la messa in latino. Un inghippo burocratico: il Comune di Seregno non ha adottato nel documento urbanistico il piano delle «attrezzature religiose», richiesto dalla norma voluta da Roberto Maroni. Per questo ha emesso un provvedimento che vietava l’utilizzo della struttura. La congregazione era stata invitata anche a togliere panche, confessionali e simboli religiosi, facendo di fatto precipitare la chiesa in una sorta di «limbo». 

Una chiesa molto discreta quella di via Eschilo, frequentata da una cinquantina di fedeli che ogni domenica mattina alle 10 si ritrovano per ascoltare la messa officiata secondo il rito uscito dal Concilio di Trento, quasi del tutto abbandonato dai Cattolici dopo il Concilio Vaticano II. La comunità brianzola, fondata negli anni Ottanta, ha avuto anche ospiti celebri. Talvolta anche l’ex presidente della Camera, Irene Pivetti, è stata vista frequentare la funzione. Dal primo tempio, allestito in modo discreto in un appartamento di via Sanzio, si era passati a un capannone, poi alla chiesa di via Eschilo, completa di tutto.

Ora, via gli arredi sacri: tutto è precipitato in silenzio e la domenica non si prega più nella lingua di Cicerone. Ma la battaglia è solo all’inizio. La comunità ha scelto un legale e, dopo un infruttuoso ricorso al Tar, punta ora all’appello al Consiglio di Stato. L’associazione San Giuseppe Cafasso, proprietaria dell’immobile, ha presentato ai magistrati un’istanza per far revocare l’ordinanza di chiusura. L’avvocato Fabio Broglia che cura gli interessi dell’associazione insiste: «Prima dell’acquisto e della ristrutturazione era stato ufficialmente chiesto al Comune se l’immobile fosse idoneo all’attività di culto – spiega –. La documentazione è stata presentata ben prima dell’entrata in vigore delle normative fissate succesivamente dalla Regione». Le disposizioni volute dal governatore Maroni per costrastare in modo particolare la prolificazione di moschee sul territorio si ritorcono ora contro i cattolici tradizionalisti che rischiano di perdere l’unico punto di preghiera in Brianza.