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8 apr 2022

"Abbiamo camminato in mezzo ai nostri morti"

Le drammatiche testimonianze degli ultimi ucraini in fuga arrivati ieri a Monza. Cinque giorni di viaggio dai territori dell’autoproclamata repubblica di Lugansk

cristina bertolini
Cronaca

di Cristina Bertolini

"Siamo scappati in mezzo alle bombe, camminando tra i cadaveri. Abbiamo visto violenze di ogni tipo". È il dramma vissuto dalle 27 persone tra mamme, nonne e bambini arrivate dall’Ucraina ieri mattina all’oratorio San Carlo di Monza, grazie all’intervento di una cordata di associazioni tra cui “La Casa del Padre“ di Milano, in collegamento con l’associazione monzese Antonia Vita, che da decenni si occupa di minori.

Sono arrivati fra treni, bus e mezzi di fortuna nella cittadina ucraina di Čop, al confine con Zahony in Ungheria. Qui sono stati imbarcati su un pullman in maniera fortuita, in un’atmosfera tesa e concitata, fra carri armati e soldati e in 5 giorni di viaggio sono arrivati a Monza. "Sono stato avvisato mercoledì mattina da Simonetta Ravizza di Antonia Vita – riporta il sindaco Dario Allevi – e in una corsa contro il tempo abbiamo allertato Protezione civile, servizi sociali, Ats per le vaccinazioni, Caritas, San Vincenzo, Armadio dei poveri e molti altri. Per fortuna avevamo già pronto l’hub dell’oratorio San Carlo e 40 posti letto all’istituto Mosè Bianchi, nel caso fossero arrivati di notte e non avessimo fatto in tempo ad allertare le famiglie. I monzesi si stanno spendendo in una straordinaria gara di solidarietà: quasi un centinaio di famiglie si sono rese disponibili ad accogliere i profughi". Sono famiglie smembrate quelle che arrivano: la mamma con un bambino, la nonna con la nipote, mentre il resto della famiglia è stato sterminato. "Vengo da Lysyčans’k vicino a Luhans’k con mia figlia – racconta Tatiana, 59 anni – la mia città non rientra nella repubblica autonoma. Vi prego non chiamatelo Donbass, perché per noi non esiste. In città alcuni sono filo russi, altri meno. Io voglio rimanere ucraina".

"Non credete alla propaganda filorussa – dice Nadia, 63 anni, di Dnipro, scappata con la figlia Tania, 35 – le truppe ucraine sono efficienti e respingono i russi. Noi siamo patrioti e la resistenza è forte. Noi nazisti? Non esiste. Se i russi sono patrioti va bene, se gli ucraini sono patrioti allora sono nazisti?". È un fiume in piena Nadia, racconta dell’ospedale di Dnipro che ha accolto e curato i profughi di Mariupol e delle televisioni riunite che trasmettono ogni sera il report del capo della difesa che tranquillizza la popolazione.

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