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Milano, 14 aprile 2020 - Paul Biligha in questi giorni di quarantena ha passato virtualmente la Pasquetta insieme ai suoi tifosi più giovani grazie a un evento con l'Armani Junior Progam.

Arrivato quest'anno a Milano dopo aver vinto lo scudetto con Venezia, ha fatto il suo esordio in Eurolega ritrovando sulla panchina quell'Ettore Messina che proprio pochi anni prima l'aveva fatto esordire in Nazionale nel 2017: «E' stato bello ritrovarlo, perchè quando hai lavorato bene con qualcuno hai solo voglia che ci sia di nuovo l'opportunità di tornare insieme. Quell'Europeo è stata una grande gioia, non me lo aspettavo, avevo già fatto il 3x3 con l'Italia e avevo prenotato le vacanze, non pensavo proprio potessero esserci possibilità di convocazione e invece ho dovuto piacevolmente stravolgere tutti i programmi«.

Una quarantena passata a Milano in attesa di novità sulle disposizioni anche in Eurolega...

«Questi giorni ormai si assomigliano un po' tutti, ma ho la grande opportunità di godermi appieno la mia famiglia con la mia compagna e due figli piccoli. Faccio le schede atletiche del nostro staff, ma vivendo di attività fisica è dura smettere di colpo, ripetere l'intensità di un allenamento è impossibile, manca il contatto con la palla e con il corpo. E poi aiuto a studiare i miei due bimbini che ovviamente sono a casa da scuola«.

Si può dire che in queste settimane si è decisamente portato avanti anche lei con lo studio.

«Mi sono laureato in scienze e tecnologie applicate in agraria un paio di settimane fa. E' stato strano ovviamente vista l'epidemia, tutto è avvenuto via computer, ma il percorso di studi è completato. Mia madre mi ha sempre ricordato quanto sia importante lo studio ed è diventato un metodo di crescita per me stesso, anche sul campo da gioco. Se ci si applica, si impara. Ti aiuta anche per capire quanto sia importante la concentrazione«.

Il suo percorso è particolare, partendo dal Camerun. Ce lo racconta?

«Il mio contatto con il basket è nato quando avevo 12 anni, giocavo a calcio nel mio Paese. Sono nato a Perugia, poi però a 9 anni sono tornato a vivere in Camerun con la famiglia. Un signore mi ha visto giocare a calcio, ma ha subito pensato quanto il mio fisico fosse stato adatto al basket e così ci ho provato. Pensate che anche Embiid dei Sixers, che era un mio vicino di casa, giocava a pallavolo e adesso domina in Nba. Anche lui è stato reclutato in questo modo. E' stato tutto molto veloce, ho avuto anche la possibilità di andare negli Usa, tramite un amico di mio padre ho avuto dei contatti per trasferirmi a Firenze, lo conoscevo fin da bambino, mi fidavo molto, lì è partita la mia avventura da giocatore, passando poi tra le minors lombarde tramite Casalpusterlengo«.

E poi ha capito che il basket sarebbe diventato la sua professione...

«Si, quando ho scelto di venire in Italia per il basket avevo chiaro che questo sarebbe stato il mio sbocco nel futuro. E allora capisci quanto sia importante migliorare ogni giorno, affinare la tecnica da abbinare al fisico. Quando ero giovane e vedevo gli altri sempre segnare, mentre io facevo fatica, era di grande stimolo. Allora ti metti a vedere i video dei migliori, chiedi agli allenatori, ti confronti con ex giocatori e provi ad imitarli sempre di più in palestra«.

Una storia tra due Paesi lontani, eppure a un certo punto ha scelto di giocare per l'Italia. Perchè?

«Una scelta logica, avevo deciso che l'Italia sarebbe stato il Paese dove avrei vissuto e mi sarei sviluppato. Per la mia crescita è stato giusto così. La prima opportunità l'ho avuta ai tempi della Nazionale U20. La prima volta che ho indossato l'azzurro è stata un'emozione speciale, mi ricordavo da ragazzino le immagini di Atene 2004 viste in Camerun a osservare quei ragazzi del Paese in cui ero nato. Quando la metti capisci che sei arrivato a fare qualcosa che non tutti i ragazzi raggiungono«.