Francesco Renga
Francesco Renga

Milano, 9 ottobre 2019 - Ho la fortuna di avere un pubblico molto fedele, attento, simile a me, con tanta voglia ascoltare, di partecipare, e quindi di ritrovarmi», spiega Francesco Renga parlando de “L’Altra Metà Tour” che lo porta venerdì e sabato agli Arcimboldi, il 14 al Ponchielli di Cremona, il 23 e 24 al Creberg di Bergamo, il 28 e 29 al Dis_Play di Brescia e il 5 dicembre all’Openjobmetis di Varese. In tutto 51 concerti. Tanti, forse troppi, che non impensieriscono però un gladiatore abituato a grandi imprese come l’interprete di “Aspetto che torni”. 
 

Francesco ritrova finalmente i teatri. «Dopo tutti i palazzetti fatti negli ultimi tempi, l’idea era proprio quella di recuperare la vicinanza, che credo stia alla base del mio rapporto col pubblico. E un disco come “L’altra metà” ha un linguaggio che si presta bene a riavvicinarmi ad una platea che da trenta e passa anni ha mostrato di cambiare e di crescere assieme a me». 

Perché? 
«Perché spesso uso le parole delle mie canzoni per addentrarmi nelle zone più ostiche ed impervie del mio animo, della mia vita. Penso, infatti, che i miei momenti critici trovino tutti spazio in questo concerto e nel disco che lo intitola. Momenti di cambiamento, perché “L’altra metà” è figlio di una mutazione in atto e dell’esigenza di rimanere connesso con una realtà in rapida evoluzione». 

Quindi dal vivo proporrà pure le nuove canzoni in versione 2.0?
«No, perché live ed album sono due cose distinte. Il live è l’espressione più sincera di questo mestiere, anzi di questa mia grande passione; la forma di comunicazione che ti mette più a nudo, mostrando quella fatica, quegli errori, quegli umori che invece nei dischi non trovano spazio. Ogni concerto ha una sua storia diventa un momento di verità irripetibile, non è un caso che, mentre nel mondo della musica registrata la crisi morde e gli scenari cambiano di continuo, in quello dei concerti ci sono artisti capaci di macinare concerti su concerti». 

Ha detto «C’è stato un periodo della carriera in cui ho rallentato la produzione perché m’ero accorto che il mio modo di scrivere non era più adatto alla rivoluzione musicale in atto». Perché? 
«Come prima de “L’altra metà” ero alla ricerca di un linguaggio, ora che penso di averlo trovato. Il gioco diventa quello di rimescolare le carte e a dare vita sui palcoscenici a qualcosa di meno ragionato, di meno ricercato, ma di più istintivo». 

Sembrava che il destino della musica italiana fosse l’indie e la trap. Poi arriva Ultimo con le sue canzoni sentimentali, piazza 3 dischi in classifica e riempie 14 stadi.
«Ultimo è probabilmente quello che ero io a venti-trent’anni, quando andavo a Sanremo con i Timoria a cantare “L’uomo che ride” o da solo con “Raccontami”. Se arrivi al cuore della generazione per cui stai cantando, vinci. E te lo meriti». 

L’anno prossimo l’aspettano Bruxelles, Parigi, Londra. 
«L’idea di andare a cantare pure all’estero è un’idea che carezzavo da tempo. Tranne qualche esperienza in Messico o in Spagna, infatti, mi sono concentro sempre sul Belpaese. L’Italia sta in Europa e voglio starci pure io. Anche se capire dove sta esattamente Londra al momento mi crea qualche titubanza».
avo da tempo. Tranne qualche esperienza in Messico o in Spagna, infatti, mi sono concentro sempre sul Belpaese. L’Italia sta in Europa e voglio starci pure io. Anche se capire dove sta esattamente Londra al momento mi crea qualche titubanza».