Elena Cotta in scena da 75 anni: “Ero in televisione quando è nata, ora aspetto il prossimo ruolo”

L’attrice, 92 anni, dagli esordi nel Dopoguerra all’ultimo film di Marco Risi ora in sala. “In corso Sempione nel ’54 eravamo io, mio marito e Pippo Baudo. Pionieri con semplicità”

Elena Cotta
Elena Cotta

Milan9o – In principio fu la televisione. A Milano. Tra il 1952 e il 1953 la sperimentazione. Dal ‘54 l’Italia s’è desta nazionalpopolare. In principio c’era anche Elena Cotta, diciott’anni di bellezza dal prestigioso liceo Parini e un padre dirigente Snia che per concedere la ‘follia’ della recitazione vuole vedere la lira. Una bottiglia di barbera al custode per sapere "chi sta girando qualsiasi cosa a Milano" e le prime diecimila lire sul set di ‘Miracolo a Viggiù’, suorina con Antonella Lualdi.

Poi via, Scuola d’arte drammatica, la prima Giulietta del programma unico della nazione (sceneggiato shakespeariano in diretta), il primo Amleto femmina in assoluto e una carriera nella nostra storia del teatro, compagnie (col marito Carlo Alighiero, ai tempi braccio destro del Tenente Sheridan), tournée nel mondo, cinema per sette decenni con Freda, Giordana, Gaudino, Sorrentino, fino alla Coppa Volpi alla Mostra di Venezia per “Via Castellana Bandiera“ di Emma Dante. Elena Cotta ha 92 anni ed è in sala col film di Marco Risi ‘Il punto di rugiada’.

Dal Parini con...

"...con grande affetto. Era una scuola all’avanguardia, anche ai miei antichi tempi. Da Milano eravamo sfollati per salvarci. Del Parini ricordo un incontro sconvolgente. Era appena finita la guerra e nell’aula magna proiettarono un documentario, fatto con mezzi molto semplici da una ragazza. Era una superstite di un campo di concentramento. E volle lasciarci una testimonianza di quanto aveva vissuto, lei e tanti come lei. Mi sono intrattenuta a lungo con quella ragazza e il racconto in prima persona di questi orrori mi turbò molto".

Niente università?

"Ho ricordi molto positivi del liceo, ma non ho finito le scuole perché non vedevo di buon occhio tutto il percorso, liceo, università e magari insegnamento. Non era assolutamente nel mio futuro, mi vedevo più libera. Non sapevo cosa volevo fare, ma sapevo che non volevo fare l’università. Per puro caso, come successe anche a mio marito, mi sono ritrovata a pensare di frequentare la scuola del Piccolo Teatro, ma non credevo a una vocazione".

P uro istinto allora.

"Avevo tutte le caratteristiche dell’attrice giovane, minuta, occhi azzurri. Ero una Ofelia, una Giulietta, una cosa così, avevo il mio ruolo già ben assegnato, in teatro, in televisione e anche nel cinema. Il mio primo guadagno viene dal cinema, dovevo trovare i soldi per andare a Roma a raggiungere Carlo all’Accademia e non potevo chiederli a mio padre. Sempre favorita dal mio physique du role ho cominciato una carriera tutto sommato tranquilla, senza molti ostacoli, abbastanza rosea".

Settant’anni dalla nascita della televisione. Un suo ricordo?

"In corso Sempione, proprio all’inizio, nel 1954. Mi ricordo bene che ci siamo ritrovati Pippo Baudo, Carlo e io in questo piccolo studio, ancora sguarnito di tutto, dove invece di registrare la voce si filmavano le persone, in diretta! Eravamo come dei pionieri, avventurosi professionisti, non so come definirci. Tutti lì in piedi, miracolosamente in diretta, che chiacchieravamo, raccontando di noi. Non avevamo consapevolezza di quanto fosse straordinario quel momento, accettavamo questa cosa nuova con molta semplicità. Come avevamo fatto la radio: le nostre voci erano già note nei famosi radiodrammi di allora. Nel 1957 mi sono trovata anche nel programma di esordio di Andrea Camilleri, regista Rai".

Un passaggio complicato?

"Uno dei momenti più difficili fu fare Giulietta in diretta, nel 1958, con la regia di Franco Enriquez. Avevo 39 di febbre! Tre telecamere fisse più una dall’alto, la famosa “giraffa“ per le voci, sempre un occhio alla camera che ci inquadrava, orientarci subito. Si leggeva sul “gobbo“, ma anche su un foglio sulla schiena degli attori. In quell’occasione, la diretta andò per le lunghe e il direttore di scena decise di tagliare l’ultima scena. Io a terra morta, il direttore mi sussurrò di non muovermi, chiudiamo su di te. E il povero attore in attesa dietro le quinte, sul cavallo per il gran finale, non poté mai godersi quell’entrata! Ma non c’era nulla di improvvisato, o approssimativo. C’erano entusiasmo e professionalità, che in fondo dovevano sopperire all’organizzazione tecnica ancora sperimentale. La televisione agli albori, però, già portava il rischio di rimanere imprigionati in un personaggio".

La Coppa Volpi nel 2013. Era emozionata?

"Tantissimo. Avevo “appena“ 82 anni in fondo. Era il riconoscimento per l’intera carriera: tv, cinema, tutto il mio, il nostro, teatro. Ma non mi lamento. Ho appena finito il film di Marco Risi". E adesso?

"Aspetto il prossimo ruolo!".

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