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Milano, 15 dicembre 2025 – Ai tempi della Fiaschetteria Toscana di via Berchet e del “saremo una squadra di Diavoli” annunciato da Herbert Kilpin, c’era Antonio Dubini. Era il 16 dicembre 1899. Allora ventiduenne, tra i soci fondatori, anche attaccante fino al 1902, infine dirigente, di fatto rossonero per sempre. Nei tempi delle 125 candeline del club, della parata di stelle tra mito e leggenda pallonara, questa sera a San Siro, c’è Federico Dubini, pronipote. È il 15 dicembre 2024. Manager inserito da Forbes nell’elenco dei talenti under 30 (ne ha 29 da compiere il 20 dicembre) che stanno cambiando il mondo, cresciuto a Milano e volato in California, ha un fondo che “si occupa di trovare i talenti in vari settori”. E di fatto è rossonero da sempre. Nel mezzo, generazioni di nonne che seguivano il calcio, una rarità allora: “Cos’ha fatto il Milan? E l’Inter? Ha perso? Meno male”. E di nonni che, a tavola, raccontavano la storia della nascita del Milan Cricket and Football Club. Sullo sfondo, sempre, Milano. Perché “alla fine il Milan è Milano e Milano è il Milan. Stessi valori. La città, anche se più piccola di altre realtà europee e mondiali, è riuscita nei secoli a creare e portare nel mondo dei prodotti che l’hanno cambiata per sempre: design, moda, manifattura. E sport”.
Una città speciale, per lei.
“Medie alla Tiepolo, liceo al Volta: difficilissimo, ma oggi me lo porto nel cuore nelle varie battaglie che affronto in giro per il mondo. Ho sempre vissuto in zona piazza Risorgimento. E a quella zona lego tanti ricordi. Ma anche il lago di Como è un posto che mi fa battere il cuore, come il Milan”.
Il Milan, una storia di famiglia: a partire da Antonio.
“Abbiamo sempre dato valore ai concetti di umiltà e ambizione, in famiglia. Due cose che non per forza sono contro, ma anzi sono insieme. Di lui questo mi è stato raccontato. Quando si hanno alle spalle delle persone che hanno fatto tanto, come creare una squadra così importante, non deve essere una scusa per vantarsi, ma una forte motivazione per ripartire da quella che è la propria passione. E provare a creare di più”.
Cresciuto a pane e Milan?
“Tra i miei ricordi di infanzia ci sono compleanni, feste, cresime, matrimoni passati con la maglia rossonera, a far finta di essere ogni volta un giocatore diverso e a divertirsi con i cugini e gli amici. Questo alla fine è il calcio, uno sport che unisce”.
La partita che le è rimasta più impressa?
“Il 3-0 con il Manchester, a San Siro (maggio 2007). Lo United era una squadra di alieni che temevano tutti, il Milan sulla carta era più piccolo. Eppure con la propria grandezza ha dimostrato che si poteva vincere anche contro chi si pensava fosse invincibile. Un simbolo di ciò che il Milan è stato in passato, di ciò che è e di ciò che spero sarà anche in futuro”.
Sente di avere qualcosa in comune con il suo bisnonno? Entrambi visionari già da giovanissimi...
“Io, come lui, nello sport vedo un sacco di valori. I valori di Milano e di un Milan che vince nel mondo ricordandosi da dove proviene: carità, duro lavoro e imprenditoria. È quello che anche io cerco di fare nel mio piccolo con il mio fondo: creare dei team che aiutino le persone a emergere e a portare i propri valori, passioni e conoscenze al servizio di tutti. Avendo alle spalle Antonio questa è l’unica cosa che posso fare: provare a dare il massimo per seguire i suoi passi, con umiltà e determinazione”.
Che emozioni questa sera?
“Un grande onore esserci, anche se mi capita spesso di venire a San Siro quando passo per Milano: questa sarà una partita speciale. Rappresenta l’impegno di tutti i giocatori, le vittorie, i momenti difficili, gli allenatori, i collaboratori che ci hanno fatto arrivare fin qua. Sarà un grande brindisi a 125 anni di storia e ad altre vittorie, portando avanti sempre gli stessi valori”.