Una delle immagini in mostra
Una delle immagini in mostra

Milano, 20 gennaio 2019 - Il conferimentodi un diploma “honoris causa”. Poi una “lectio magistralis”. Thomas Demand - autore del volume “The Complete Papers” (presentato alla Galleria Sozzani) - è stato l’ospite d’onore, e insieme il protagonista principale, della densa due giorni curata da Tommaso Casini e Laura Lombardi e organizzata insieme dall’Accademia di Brera e dall’università Iulm sul tema “The Gentle Art of Fake”, ovvero “A proposito di copie, falsi e appropriazioni nell’arte contemporanea”. Argomento di stretta attualità, stante la rilevanza assunta dalle tecnologie digitali, molteplici ed effimere. Thomas Demand, nato a Monaco di Baviera nel 1964, è un artista che alla base del suo lavoro pone proprio i “fake”: fotografa modelli in tre dimensioni in modo che sembrino vere immagini di stanze o di altri ambienti. I soggetti rappresentati nelle sue opere sono spesso collegati a fatti rilevanti politici o culturali, dagli archivi nazisti di Leni Riefenstahl alla cucina del rifugio di Saddam Hussein a Tikrit. I suoi modelli, poi, Demand li distrugge. Unica eccezione: un colossale “Grotto”.

Thomas Demand “scultore della realtà”: si riconosce?
«Tutto tranne “scultore di memoria a lungo termine”»...
Mai un essere umano: è la chiave del suo lavoro? Nessuna emozione immediata, ma richiesta di partecipazione allo spettatore!
«È come il crocifisso per un protestante: meglio che guardare la sofferenza? (Sono cattolico). Non un’emozione immediata, ma la richiesta per una condivisione, per prendervi parte».
Un nuovo passo nel rapporto realtà/fotografia?
«Sì, ed è che la fotografia domina la realtà ora. Le cose entrano nella realtà attraverso la fotografia».
A questo punto, vista poi la distruzione della “ricostruzione”, qual è l’evento? E quale la verità? E quale l’arte?
«Il vero evento sta ancora accadendo. È che nessuno ce lo dirà in un modo di cui noi non dubitiamo. E se qualcuno anche lo facesse, non gli crederemmo, perché ci sembrerebbe troppo allettante. Apatia, in altre parole».
Come sceglie gli eventi? “Aperti”? Ambigui?
«Di più: li “riconosco” come qualcosa che stavo cercando».
E come li ricostruisce? Su quali materiali?
«Tutta carta! La carta è il materiale di uso temporaneo, provvisorio, leggero eonnipresente».
Il tempo: come gioca nella sua opera? Vedi il “Grotto”: stratificazioni lentissime della realtà, rapidissime del 3D...
«Si tratta di sostituire un tempo certo (definito) con uno incerto».
Perché il “Grotto” è conservato? Costo? Peso? Volontà di una testimonianza comunque del suo lavoro?
“Domanda divertente. Non potevo permettermi di tenerlo, né potevo rimuoverlo. Con le sue quasi 38 tonnellate di peso...».
Ma non testimonia la sua volontà di conservare in qualche modo una sua opera?
«No. “Grotto” è l’eccezione che conferma la regola».
E non lo si può neppure interpretare principalmente come un modo per “aiutare” lo spettatore?
«Penso che lo spettatore possa essere più intelligente dell’artista. Ma non più di un’opera d’arte».