Roberto Vecchioni
Roberto Vecchioni

Milano, 14 marzo 2020 - Straniante girare nelle strade vuote, passeggiare in una Galleria, il salotto della città, deserta. C’è un silenzio che quasi ci fa rimpiangere il rombo delle auto, e le sirene continue delle ambulanze. Non siamo in guerra, ma pare quasi. Solo che il nemico è un virus subdolo, invisibile. 

Roberto Vecchioni, cantautore, il professore della musica italiana, che da sempre osserva la città con occhi «innamorati» («Sono troppo di parte, amo profondamente questa città!»), che impressione le fa così vuota, spoglia, ferma? 
«Non la vedo ferma Milano. Non ci sono macchine, non c’è gente per strada, ma Milano ha un movimento spirituale fortissimo. Intanto si continua a lavorare, chi può lo fa da casa, gli altri continuano ad andare negli uffici in ordine sparso, rispettando le regole. La città ha le luci accese, i mezzi pubblici, seppur rallentati, circolano regolarmente. Voglio dire che non è tanto materialmente che Milano è ancora viva quanto lo è nella pazienza, nella resilienza, e nella speranza; nella capacità di andare contro le avversità. Milano ne ha passate così tante. Questa che è sicuramente la peggiore dal Dopoguerra, ma la supereremo, a testa alta».

Siamo passati dall’hashtag #Milanononsiferma a #Restiamotuttiacasa rilancita dal sindaco Sala. Ha sbagliato?
«Anch’io all’inizio non ho dato grande importanza alla cosa. Sala ha agito con il cuore, è un grande sindaco. Qui, scusi, posso risultare di parte. Mia moglie (Daria Colombo,ndr) lavora con lui....ma comunque che altro poteva fare in una situazione che non ha precedenti? Poi davanti all’incalzare dellì’epidemia tutti noi abbiamo alzato le mani, tutti a casa, seguiamo le regole».

Milano ce la farà? Correva forte, dall’Expo in avanti, come non mai.
«Sono sicurissimo, anzi investirei sulla ripresa di Milano i pochi soldi che ho. Il problema è che esistono posti pù deboli, posti più insicuri, posti meno attrezzati. E gente che ha meno speranze, meno fiducia».

Ma questo virus ci sta cambiando?
«Moltissimo. Nessuno si sta occupando del lato esistenziale. Noi siamo tornati ad essere uomini, senza sovrastrutture, senza infingimenti, liberandoci delle cose inutili. Abbiamo riscoperto la fratellanza, ovvero la capacità di capire l’altro, che in questa situazione diventa altissima, fortissima. La percepisco. Ci sono amici che mi telefonano da tutte le città italiane, e non solo per formalità, come magari si poteva fare prima, per dire come va e come non va, ma per dirmi: “Ti voglio bene!“.
Sono cose fondamentali. Un rimborso del destino, della provvidenza. Spero che tutto questo non si perda una volta passata la paura. Sarebbe una bella traccia per ricominciare, per rimettere in ordine la scala dei valori. Per esempio, non potremo più spendere e spandere...Dobbiamo costruire qualcosa che duri, come la nostra pazienza. Non sappiamo quanto andremo avanti così, né io che ho 77 anni, né lei che è una giovane giornalista (chi vi scrive dissente)...non abbiamo nemmeno un esempio del passato sul quale basarci. E, la peste del Manzoni, era un’altra storia».

Luci a San Siro spente...
«Potevano chiudere tutto molto prima, perfino il campionato... adesso gli juventini mi diranno che lo dico perché sono interista ma io glielo regalerei il campionato!».

Antonio Greppi, primo sindaco nel Dopoguerra aveva coniato un motto, buttandosi a capofitto nella ricostruzione di una Milano distrutta dalle bombe alleate...Fatica, Rsponsabilità, Cuore da contrapporre al “Credere, Obbedire, Combattere”. 
«Belle parole...aggiungerei speranza». 

Arriverà il dopovirus. Sarà come il dopoguerra. Troveremo macerie, dal punto di vista economico. 
«Dovremo rimboccarci le maniche. Questa cosa, nella disgrazia, è capitata a quelli che lo sanno fanno fare, che hanno un esercito di persone pronte a ripartire».