
Flavia Mastrella e Antonio Rezza
“La spensieratezza va stroncata sul nascere”. Amen. Sono queste le prime parole di “Fratto_X”, dal 27 al 31 dicembre all’Elfo Puccini. Un incipit lungo dodici anni. Che tuttora sintetizza la gioia furiosa di Antonio Rezza e Flavia Mastrella nel demistificare qualsiasi cosa. Anche se poi si ride. Si ride fortissimo. A un passo dal baratro. Il lavoro ha segnato un prima e un dopo. Visto che il duo extraparlamentare del teatro, da quel momento ha iniziato a ricevere una pioggia di premi. Compreso il Leone d’Oro alla carriera. Lui sul palco con Ivan Bellavista, a ragionare sul significato dell’esistenza. Lei a comporre gli habitat dove continua a muoversi nervoso questo corpo antico. Inquieto. Sempre politico.
Antonio e Flavia, quando si tratta di teatro, parlate sempre in due.
Rezza: “Gli spettacoli appartengono a entrambi, le nostre voci hanno lo stesso peso. Siamo tutti e due responsabili della nostra deriva”.
Una deriva lunga quanti anni?
Mastrella: “Lavoriamo insieme dal 1987, tantissimo. Ma in modo leggero, divertendoci. E soprattutto non siamo chiusi, ognuno può seguire i percorsi di indagine che preferisce”.
“Fratto_X” ha segnato una svolta?
Rezza: “Sì, almeno per quanto riguarda i premi, spesso alla carriera, tardivi. Cosa in sé abbastanza vergognosa se si pensa a uno spettacolo cattivo, rotondo, di rottura come è stato “Fotofinish”, il mio preferito. Ma Franco Quadri ci disse all’epoca che non avremmo mai vinto un Ubu perché eravamo indipendenti. Quando è morto, ci è arrivato questa specie di risarcimento. Anche se quello che ha scatenato un’invidia perenne è il Leone d’Oro a Venezia”.
A livello artistico?
Rezza: “È un lavoro rotondo, perfetto, in cui si ride all’isteria. Eravamo in uno stato di grazia, ci sono tantissime idee, alcune le abbiamo perfino bruciate”. Mastrella: “Dal mio punto di vista è il primo spettacolo in cui ho trasformato la luce in materia. Avevo fatto una lunga ricerca su come questa interviene nel movimento, nel cammino, scattando in giro più di mille foto. Da lì sono poi passata alla concretezza della scena”.
Pensa al corpo di Rezza mentre crea il nuovo habitat?
Mastrella: “No, mai. Ne sarei condizionata. Penso a un mondo, lo organizzo e cerco di comporlo, anche se mi rendo conto che suoni piuttosto presuntuoso… Concentrandomi sulla struttura, chi la dovrà abitare sarà costretto a mostrare una forma di adattamento. Se vuoi non è molto diverso da quello che succede tutti i giorni. Le città e i quartieri spesso non vengono costruiti in funzione di chi ci andrà a vivere. Cosa drammatica, visto che gli spazi incidono sulla creatività intellettuale delle persone”.
Siete cambiati in questi anni?
Rezza: “Mi piace che non abbiamo mai abbassato la guardia, non siamo scesi a compromessi e continuiamo a non chiedere soldi allo Stato. È per noi una questione epidermica, non ideologica: siamo alieni. Questo alimenta il mito e l’autorevolezza. Rimaniamo i rompicoglioni del sistema. Non certo come quelli che sposano cause o la loro stessa persecuzione e intanto ci fanno i soldi. Scrittori che urlano alla censura mentre si arricchiscono da quelle stesse mani che dicono di attaccare”.
La sento carico.
Rezza: “C’è un analfabetismo nella comunicazione. Si urla alla censura per il concerto di uno scemo tatuato ma nel frattempo si bruciano talenti, progetti, idee. E così le persone cadono nel tranello di furbacchioni senza scrupoli. Lo dice Debord: se ottieni benefici da un agire in favore di una minoranza, perdi qualsiasi credibilità”.
Debord non è proprio frequentatissimo.
Rezza: “D’accordo. Ma allora se non lo leggono, almeno mi ascoltassero!» Mastrella: «Il fatto è che la cultura italiana non ci sta con la testa. Continua a dimostrarsi provinciale, a riconoscere il progetto solo se arriva da fuori. Mi sembra ci sia poco coraggio, negli operatori e negli intellettuali. Come se ci fosse un profondo timore nell’esprimersi”.
Tuttavia siete sempre in giro per teatri.
Rezza: “Senza sistema però, senza assistenzialismo, senza Stato. Il nostro è il piacere dell’idea pura. E non siamo gli unici. Pensa ad Alessandro Bergonzoni: che interesse può avere uno come lui rispetto ai sottoprodotti che gli girano intorno?”.
Guardandovi indietro, oggi cosa fareste in maniera diversa?
Mastrella: «Io personalmente avrei fatto tanti figli”.
In senso figurato?
Mastrella: “No no, figli veri, gente cattiva. Almeno avrei un esercito alle mie spalle”. Rezza: “Avremmo potuto fare più film. In realtà continuiamo a farne ma non riusciamo a inserirli nel sistema. Usciranno tutti insieme quando saremo vecchi. Quello è un dispiacere. Ma con la consapevolezza di non avere i requisiti di corruttibilità richiesti dal cinema, basta vedere quello che c’è nelle sale. Il teatro rimane più libero”.