
Stray kids in concerto all'Ippodromo di Milano
Milano, 14 luglio 2024 – In riferimento alle critiche al mio articolo sugli Stray Kids pubblicato su Il Giorno del 13 luglio scorso, che comunque apprezzo perché esprimono attaccamento alla band ma anche al giornale che ne parla, vorrei precisare alcune cose.
Nel momento in cui ho usato il termine “fabbrica di plastica” ho messo in conto, ovviamente, la possibilità di ricevere lamentele di questo tipo, ma il termine esprime esattamente il mio pensiero e si riferisce non tanto alle canzoni del gruppo coreano quanto al mondo pop che gli ruota attorno.
Il mondo k-pop
Un’industria implacabile che unisce moda, sponsorizzazioni, migliorie chirurgiche, influenza sui media, allenamento militare, per sfornare “idols” a getto continuo. Insomma, la costruzione a tavolino di un’algida perfezione da vendere alle masse (davanti all’alta quantità di ansie, problemi mentali e suicidi fra le mini-star qualcuno, senza tanto parafrasare, ha iniziato a parlare di “lato oscuro del k-pop”) che ha ben poco a che fare con l’esperienza artistica.
A prescindere dal fatto che il termine da me usato prende spunto da un celebre saggio di Hugh Barker e Yuval Taylor “Musica di plastica. La ricerca dell’autenticità nella musica pop”, penso di aver accumulato in trent’anni d’attività abbastanza pratica con gli artisti internazionali da poter utilizzare per la conferenza stampa milanese degli Stray Kids l’aggettivo “surreale”.
Un incontro avvenuto con le modalità esposte nel pezzo criticato (mezza pagina di resoconto e non un “trafiletto”, come indicato da una lettrice, a conferma dell’interesse che il giornale ha per il fenomeno) su cui mi sembra che nessuno abbia avuto da eccepire, quando invece, a mio avviso, ci sarebbe parecchio da ridire. Pur tenuto conto del gap culturale legato ad usi e costumi molto diversi dai nostri che però con altri artisti asiatici, PSY in testa, non mi era mai capitato di riscontrare in maniera così pressante.
Nelle lettere inviate al Giorno ci si augura una normalizzazione del mio giudizio dissonante con articoli “più asettici e non denigratori nei confronti di artisti che nulla hanno mai fatto di male e che nei vostri confronti hanno sempre mantenuto un comportamento corretto”. Con tutto il rispetto, mi chiedo su cosa si basino certe affermazioni. Meglio, quindi, riassumere come sono andati i fatti, in modo da avere qualche elemento in più per esprimere giudizi.
L’intervista con gli Stray Kids
L’intervista con gli Stray Kids all’Ippodromo La Maura è durata dieci minuti esatti con risposte che potremmo definire eufemisticamente laconiche (seppur un filo “sistemate” negli articoli pubblicati il giorno dopo in modo da farle apparire un po’ più vitali e un po’ meno aride). I giornalisti sono stati fatti sedere a 4 metri di distanza dagli artisti, col divieto assoluto di rivolgere loro la parola, di scattare foto, di dirgli anche solo “ciao”. Tutte le domande erano state, infatti, rigidamente concordate nei giorni precedenti col management e sono state formulate durante la conferenza da una giornalista-speaker autorizzata dal gruppo. Col resto dei colleghi a fare le belle statuine. Mai visto in Italia un incontro stampa del genere, definito dalla stessa casa discografica “abbastanza anomalo”.
Ma il k-pop è pure questo. Ed è questo concetto del “rispetto” a geometria variabile uno degli elementi di quel sistema, di quella fabbrica del consenso, a cui fa riferimento l’espressione contestata.